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Archive for febbraio 2011

La linguistica cognitiva non è una teoria unica, è un gruppo di teorie che condividono alcune tesi centrali. Una delle caratteristiche principali di queste teorie è quella di aver difeso l’idea per cui lo studio del significato ha una funzione centrale nella più ampia ricerca sul linguaggio.

Il significato viene concepito come il livello che pone in relazione la dimensione più simbolica del linguaggio con la conoscenza del mondo. Noi comprendiamo il mondo grazie ai concetti (riusciamo a riconoscere che c’è un cane che rincorre un gatto perché abbiamo i concetti di CANE, di GATTO  e di RINCORRERE). Ma sono sempre gli stessi concetti a permetterci di comprendere il significato degli enunciati (capiamo l’enunciato “il cane rincorre il gatto” sempre perché possediamo quei tre concetti).

Che cosa sono i concetti, come sono strutturati, come si pongono in relazione l’uno con gli altri, queste sono tutte questioni cui la linguistica cognitiva ha cercato di fornire una risposta.

Il libro di Arduini e Fabbri presenta questo ambito di ricerca analizzandone i principali temi: la categorizzazione, la metafora, la semantica, la concettualizzazione, la grammatica cognitiva.

Libro di veloce lettura e interessante. Ve lo consiglio.


Arduini S., Fabbri R., “Che cos’è la linguistica cognitiva”, Carocci, 2008.

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Come abbiamo visto in un precedente post, la filosofia del linguaggio “tradizionale”, da Wittgenstein in poi, tende a identificare la conoscenza del significato di un enunciato con la conoscenza delle sue condizioni di verità: sappiamo che cosa significa un enunciato come “c’è un orso in giardino” perché sappiamo a quali condizioni questo enunciato è vero.

Come avevo già accennato, ci sono alcune critiche che possono essere mosse contro questa tesi. Oggi ve ne presenterò una. Lo so, è abbastanza tecnica e specifica, ma vale la pena di considerarla.

Si tratta della critica avanzata da Scott Soames (che vi sorride dalla foto qui sopra), professore presso la University of South California, in un suo articolo del 1985. Secondo Soames, la premessa centrale delle semantiche vero-condizionali (ossia basate sulle condizioni di verità), secondo cui conoscere il significato di un enunciato è conoscere le sue condizioni di verità, risulta essere una premessa falsa.

È falsa perché la conoscenza delle condizioni di verità di un qualsiasi enunciato non è né condizione necessaria condizione sufficiente per conoscerne il significato. Vediamo brevemente quali sono le ragioni che Soames espone a sostegno di ciò.

Innanzitutto, non è condizione necessaria poiché la conoscenza delle condizioni di verità sembra presupporre il possesso di un concetto metalinguistico di verità. Insomma, per conoscere il significato dovremmo conoscere le condizioni di verità; ma per conoscere le condizioni di verità dovremmo possedere il concetto di “verità”. Sembrerebbe allora che non si possa comprendere il linguaggio senza prima aver acquisito tale concetto. Eppure – prima osservazione di Soames – i bambini e gli adulti meno colti riescono a comprendere molti enunciati senza possedere esplicitamente alcun concetto metalinguistico di ‘verità’. Quindi, la conoscenza delle condizioni di verità non è condizione necessaria per conoscere il significato.

Al tempo stesso non è neppure condizione sufficiente. Per dimostrare questo Soames ricorre a un esempio non semplicissimo, ma a mio parere convincente. L’idea è che la conoscenza delle condizioni di verità – posta in termini tarskiani, ossia così: (a) <<“Firenze è una bella città” è vero in italiano se e solo se Firenze è una bella città>> – è compatibile con credenze sbagliate riguardo ai significati degli enunciati. Ad esempio, è compatibile con (b) <<“Firenze è una bella città” significa in italiano che Firenze è una bella città e l’aritmetica è incompleta>>.

Vediamo di spiegare meglio che cosa vuol dire tutto ciò. L’enunciato <<Firenze è una bella città e l’aritmetica è incompleta>> è vero esattamente alle stesse condizioni in cui è vero (a); infatti, è costituito da due parti: dall’enunciato (a) e dall’enunciato “l’aritmetica è incompleta” che è sempre vero. Ma allora è possibile conoscere a quali condizioni è vero un enunciato (come <<Firenze è una bella città>>) senza però conoscere effettivamente il suo significato (credendo cioè che significhi che <<Firenze è una bella città e l’aritmetica è incompleta>>). Conoscere le condizioni di verità non è perciò nemmeno condizione sufficiente.


Soames S. [1985], Semantics and Psychology, in J. Katz (ed.), Philosophy of Linguistics, Oxford University Press, Oxford, pp. 204-26.

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Che i pappagalli possano imitare il suono delle parole del linguaggio umano è cosa che tutti noi abbiamo con stupore scoperto sin da bambini. Il pappagallo di cui vi intendo parlare in questo post ha però qualcosa di particolare e affascinante. Il suo nome era Alex ed era un pappagallo africano grigio. Uso l’imperfetto in quanto Alex è morto nel 2007, con enorme dispiacere della ricercatrice che l’aveva acquistato e “allenato” negli anni precedenti, Irene Maxine Pepperberg.

Che cosa aveva di speciale Alex e perché fu ritenuto importante dagli studiosi del linguaggio di tutto il mondo? Il fatto è che Alex riuscì ad apprendere più di 100 parole inglesi. Sapeva rispondere verbalmente alle domande che la ricercatrice gli poneva e possedeva la capacità di contare un numero limitato di oggetti. Inoltre era in grado di distinguere colori e forme.

Ora, la domanda centrale è: si può dire che Alex abbia appreso il linguaggio umano (linguaggio naturale), anche se in una forma ridotta? Si può dire che un animale non umano sia in grado di padroneggiare un linguaggio pari a quello umano?

In realtà la risposta sembra debba essere negativa. Infatti, ciò che caratterizza gli esempi come quello di Alex, in cui si cerca di fare apprendere a un animale una lingua umana, è la mancanza di alcune proprietà fondamentali del linguaggio umano: prima fra tutte la ricorsività.

La ricorsività altro non è che la capacità di applicare una certa regola al risultato dell’applicazione della regola stessa. Ad esempio, possiamo dire “Marta pensa che Parigi sia bella”. Ma anche “Paolo dice che Marta pensa che Parigi sia bella”. E ancora “Gianni pensa che Paolo dice che Marta pensa che Parigi sia bella”. E così via. Insomma, la ricorsività del linguaggio è ciò che ci permette di costruire frasi di lungezza potenzialmente infinita applicando la stessa regola più volte.

Altra proprietà fondamentale che sembra mancare ad Alex è la capacità di subordinazione, ossia di utilizzare frasi subordinate. La sua capacità si limitava, infatti, a una mera combinazione di semplici parole.

Si può quindi concludere che la nostra capacità linguistica si differenzia sotto certi aspetti da quella di qualunque altro essere animato, rendendo così il linguaggio umano un caso unico nel mondo animale.

Questo è tutto per adesso. Ma prima di chiudere vi invito a guardare questo video di Alex. Notate, oltre alle sue sorprendenti capacità di risposta, come si stanca dopo poche domande della ricercatrice e chiede di tornare nella sua gabbia: “wanna go back”. Sorprendente.


Aggiungo un link a un blog interessante, in cui si parla di questo stesso argomento.

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Chiunque si sia interessato di filosofia del linguaggio non può non sapere chi sia Paolo Casalegno. Autore di uno dei più belli e ricchi manuali di filosofia del linguaggio pubblicati in italiano, Casalegno è stato negli ultimi anni docente presso l’università statale di Milano, fino a quando, nel 2009, è venuto a mancare.

Carocci ha pubblicato da poche settimane un nuovo e più breve manuale “postumo”, nel quale vengono ripercorsi gli argomenti filosofici sul linguaggio di maggior rilievo e sono presentati i principali pensatori del campo, con il classico stile chiaro e comprensibile di Casalegno.

Ovviamente il libro non può competere con il primo manuale, il suo “Filosofia del linguaggio” del 1997, eppure può essere un ottimo testo per chi si cimenta per la prima volta in questa materia e ha bisogno di una rapida esposizione delle principali tematiche trattate.


Casalegno P., Brevissima introduzione alla filosofia del linguaggio, Carocci, Milano, 2011.

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Provate a domandarvi che cosa vuol dire comprendere un enunciato; che cosa vuol dire cogliere il suo significato.

Un amico vi dice: “C’è un orso nel mio giardino”. Voi comprendete chiaramente ciò che sta affermando. Ma che cosa vuol dire che avete compreso questo enunciato?

Uno dei pilastri su cui si regge l’intero edificio della filosofia del linguaggio novecentesca e, in particolare, della semantica formale è una breve frase che Ludwig Wittgenstein scrisse nel suo Tractatus logico-philosophicus del 1922. La frase è la seguente:

«Comprendere un enunciato è sapere che cosa accade se esso è vero.» (4.024)

Può sorprendere che una semplice frase come questa sia riuscita a influenzare gli studi dei ricercatori di un intero secolo, eppure se proviamo a entrare nel merito di che cosa essa effettivamente ci dice, potremo giustificare meglio tale effetto. L’idea espressa dalla proposizione 4.024 è che il significato di un enunciato è conoscibile ed è conosciuto nel momento in cui si conoscono le circostanze in cui l’enunciato è vero. In altri termini, il significato è dato dalle condizioni di verità dell’enunciato stesso.

Ciò che Wittgenstein ci sta dicendo è che quando comprendiamo un enunciato (ad esempio, “c’è un orso nel mio giardino”) ne conosciamo il significato perché sappiamo in quali situazioni quell’enunciato risulta essere vero o falso. Sarà vero se effettivamente c’è un orso nel giardino, sarà falso altrimenti. Sappiamo che cosa l’enunciato vuol dire perché sappiamo riconoscere a quali condizioni (in quali situazioni) esso risulta essere vero, ossia ne conosciamo le condizioni di verità.

Provate a pensare ora a un enunciato come “Le baracchie fanfano”. Non riuscite a capire il significato di questo enunciato in quanto non siete in grado di capire, qualunque cosa “baracchie” e “fanfano” vogliano dire, qual è la situazione che viene descritta e, di conseguenza, non potete sapere quando l’enunciato è vero, a quali condizioni.

L’identificazione del significato con le condizioni di verità è una tesi che si è mantenuta in tutto il Novecento e ancora oggi influenza gran parte degli studi in filosofia del linguaggio. Io personalmente non la trovo convincente per una serie di ragioni. Ma per adesso mi limito a questo e mi permetto di esporre le mie ragioni in qualche nuovo post.

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Ho letto da poco questo breve e recente libro di Andrea Moro e devo ammettere che contiene degli ottimi spunti di riflessione per chi si interessa dello studio del linguaggio naturale.

Il libro, non più lungo di trenta pagine, riporta i temi esposti dall’autore durante una sua conferenza, la registrazione della quale è contenuta nel DVD allegato.

L’esposizione è presentata nei termini di una passeggiata nei luoghi della linguistica e dello studio del linguaggio umano, anzi di “quattro passi”. Quattro sono, infatti, gli argomenti che Moro tocca, accompagnando il lettore-ascoltatore in questo affascinante viaggio.

Particolare attenzione merita il terzo passo, intitolato “La negazione nel cervello”. Dei quattro questo è forse quello più specifico e tecnico, ma a mio parere è anche quello più significativo sul piano della sperimentazione e della ricerca empirica.

La prima cosa che si prende qui in considerazione è la recente scoperta dei cosiddetti “neuroni specchio” ad opera del gruppo di ricerca di Giacomo Rizzolatti. Tali neuroni, che si trovano nella corteccia cerebrale, si attivano in diverse situazioni: sia quando pianifichiamo un certo movimento, sia quando questo viene eseguito (ad esempio il movimento per afferrare una banana al fine di mangiarla), sia ancora quando lo si vede eseguire da qualcun’altro.

Questo gruppo di neuroni si attiva poi nell’uomo anche quando si ascoltano frasi relative a movimenti. Ad esempio, se udiamo la frase “Mario afferra la banana e la mangia”, nel nostro cervello si attiveranno gli stessi neuroni che si sarebbero attivati qualora noi stessi avessimo afferrato concretamente una banana con lo scopo di mangiarla.

Ciò ha spinto alcuni ricercatori a ritenere che la comprensione di frasi e di parole di movimento corrispondesse appunto con il simulare mentalmente le azioni descritte dalle frasi/parole; e questa simulazione si produrrebbe proprio grazie alla riattivazione delle aree corrispondenti al movimento. (Ossia, comprendiamo che cosa significa “Mario afferra la banana” perché simuliamo senza rendercene conto l’azione di afferrare una banana e facciamo questo grazie al lavoro dei neuroni che si attivano quando noi stessi afferriamo qualcosa).

L’interessante contributo di Moro emerge a questo punto. La curiosità tipica del linguistca l’ha portato a domandarsi in che modo un elemento del linguaggio come la negazione potesse essere rappresentata nel cervello e, in particolare, se quegli stessi gruppi di neuroni si attivassero allo stesso modo anche quando le azioni descritte nelle frasi erano poste in termini negativi.

Insomma, se per comprendere “Mario afferra la banana” si deve simulare mentalmente una certa azione, che cosa accade quando si comprende una frase come “Mario non afferra la banana”?

La risposta viene da uno studio condotto da Tettamanti assieme ad altri ricercatori tra cui vi è lo stesso Moro nel 2008. Il risultato di tale studio ha portato a osservare che nel caso della negazione si ha, invece che un’attivazione dei circuiti motori, una loro inibizione. I neuroni coinvolti nel compimento di azioni in questo caso si inibiscono parzialmente.


Moro A., Che cos’è il linguaggio, Sossella Editore, 2010.

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Due parole. Su di me. Su che cosa voglio fare aprendo questo nuovo blog.

Sono dottore di ricerca  in filosofia del linguaggio. Il mio ambito di studio nello specifico è la semantica, ossia la disciplina che si occupa di come siamo in grado di comprendere le espressioni del linguaggio naturale e di come riusciamo a produrle.
Entrando ancor più nel particolare, il mio interesse verte principalmente sulla semantica cognitiva, ossia sullo studio delle strutture e dei processi che operano nella nostra mente, grazie ai quali possiamo appunto comprendere e produrre frasi dotate di significato.
Prendete questo enunciato: “Il cane corre in giardino”. Non avrete alcuna difficoltà a comprendere la situazione che descrive – ciò che significa. Bene, in che modo ne avete afferrato il significato? Che cosa è accaduto nella vostra mente che vi ha permesso di capirlo? Queste sono alcune delle domande cui cerco di dare risposta con la mia ricerca.

Perché aprire questo blog? Perché ho il desiderio di condividere ciò che studio, ciò che faccio, sperando di trovare qualcuno nel mare di internet che abbia voglia di sorbirsi ogni tanto un breve racconto su qualche aspetto inerente al nostro linguaggio, al nostro modo di comunicare e al modo in cui la nostra mente lavora in compiti che apparentemente sono banali come comprendere una frase su un cane che corre, ma che se guardati meglio si rivelano affascinanti e interessanti.

In conclusione a questo primo post credo di dover rendere conto di una cosa: perché chiamare questo blog “linguaggio naturale” e non “filosofia del linguaggio” visto che di questo io mi occupo? Cominciamo col dire che il linguaggio naturale, per definizione, è il linguaggio parlato dagli esseri umani e si contrappone quindi ad altre forme di linguaggio artificiale (ad esempio, quello dei computer) o di linguaggio animale.
La mia convinzione è che per studiare adeguatamente la semantica e quindi il modo in cui funziona il significato si debbano considerare diverse discipline di ricerca, non solo la filosofia. Penso, ad esempio, alla linguistica, alle neuroscienze, alla psicolinguistica, alla psicologia, alla semiotica. Il denominatore comune tra queste resta però sempre l’oggetto che studiano, ossia il linguaggio naturale. Da qui il nome.

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