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Archive for gennaio 2012

carlo pencoVi segnalo che da domani fino a domenica prossima il curatore del blog culturale “Faber blog” (de Il Sole 24 Ore) sarà Carlo Penco.

Docente di Filosofia del linguaggio all’Università di Genova, Penco è uno dei più importanti filosofi analitici italiani contemporanei. Ricordo ancora il suo Introduzione alla filosofia del linguaggio, pubblicato da Laterza, che consiglio a tutti quelli che volessero intraprendere lo studio di questa disciplina attraverso un libro chiaro e completo.

La curiosità riguardo ai temi che tratterà è tanta… pazientiamo fino a domani e vedremo.

Ecco il link al blog: Faber blog.

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embodied cognitionIn due post precedenti [12] avevo accennato alla Embodied Cognition, per parlare in realtà della teoria simulativa della comprensione linguistica.

A questo punto ritengo sia interessante dire qualcosa di più specifico sulla Embodied Cognition in generale (che in italiano si traduce con “cognizione incarnata”, perdendo – come spesso accade nelle traduzioni dall’inglese – in eleganza).

Si tratta di un campo di ricerca che ha avuto ampio sviluppo nel corso degli ultimi dieci anni e che perciò è ancora molto giovane (e promettente).

Sino a pochi anni fa la posizione prevalente in filosofia della mente e in scienza cognitiva consisteva nel considerare il corpo umano come “accessorio” quando si cercava di affrontare questioni inerenti alla comprensione, alla cognizione, o ai processi mentali.

Negli ultimi dieci anni questa posizione è stata sovvertita da una moltitudine di esperimenti e pubblicazioni, che hanno messo in rilievo l’importanza giocata dal corpo fisico nei processi cognitivi.

Si sostiene quindi che la cognizione è incarnata (embodied) quando si afferma che essa dipenda anche da caratteristiche di tipo corporeo: in particolare, dai nostri sistemi percettivo e motorio.

In altre parole, il modo in cui giudichiamo, ragioniamo, pensiamo, costruiamo concetti, parliamo, ecc. dipende anche dal modo in cui percepiamo, dalle azioni che compiamo e dalle interazioni che il nostro corpo intrattiene con l’ambiente circostante.

Per fare un esempio, nella tradizionale filosofia della mente si sosteneva che le rappresentazioni mentali fossero strutture quasi-linguistiche con proprietà di combinazione simili a quelle delle parole in un enunciato. Di queste rappresentazioni mentali si diceva quindi che fossero astratte, simboliche, amodali. Ciò che è emerso invece da recenti studi di ricercatori come Lawrence Barsalou è che la cognizione umana è basata su rappresentazioni mentali che includono informazioni provenienti da diverse modalità sensoriali e motorie.

Infatti, quando la rappresentazione mentale di CANE è attivata, si riattivano anche aree del cervello dedicate alla percezione o al movimento: insomma, è come se per comprendere la parola ‘cane’ o per ragionare sui cani o per pensare ai cani noi simulassimo l’esperienza concreta di un cane.


Vi segnalo in conclusione alcuni articoli di blog presi qua e là, sempre sul tema della embodied cognition:

– fisiologialieve.wordpress.com

– articolo del New York Times

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E veniamo infine alla parte più speculativa e meno “storica”: l’attualità della disputa sugli universali.

E’ lecito ancora oggi parlare di universali? domandarsi che cosa sono e qual è il loro statuto ontologico? A mio parere sì; anche se vanno fatte alcune dovute precisazioni.

Guardate la sedia su cui siete seduti (se siete seduti su una sedia); e ora considerate la sedia nella sala d’aspetto di una stazione ferroviaria; oppure le sedie di un’aula universitaria: ognuna avrà una sua forma particolare, ognuna sarà un oggetto distinto. Eppure siamo portati a chiamarle tutte con lo stesso termine ‘sedia’. O meglio, siamo portati a riconoscerle tutte come appartenenti alla stessa categoria: la categoria delle sedie. Come è possibile ciò?

La risposta che la scienza cognitiva contemporanea dà a questo quesito chiama in causa i concetti presenti nella nostra mente. Volendo collegarci alla disputa medievale, potremmo dire quindi che essa si schiera a favore del CONCETTUALISMO (ovviamente con secoli di progressi in più nella ricerca sulla mente umana). Insomma, la tesi è che non esistono universali oggettivi, ma che noi esseri umani possediamo delle facoltà mentali che ci permettono di costruire concetti di classi di oggetti, estraendo dall’esperienza che facciamo relativamente a questi oggetti. Tali concetti sono costituiti in buona parte da aspetti percettivi e motori (vedi ad esempio il post sulla embodied cognition): ovvero, semplificando molto, per costruire il concetto di SEDIA il nostro cervello ha astratto alcuni aspetti percettivi, ma anche funzionali (la possibilità di sedervisi sopra) e ha costruito una sorta di “schema” che permette di riconoscere come sedie gli oggetti di quella categoria.

Ma possiamo dire che sono tutte qua le alternative possibili al giorno d’oggi? Sembrerebbe di sì: sembrerebbe che le posizioni come il REALISMO attualmente siano insostenibili.

Un amico mi ha fatto però notare una cosa: ponetevi dal punto di vista di un cristiano. In tal caso non ci sarebbe nessun problema ad ammettere l’esistenza di universali oggettivi e reali, concepiti ancora nei termini di “pensieri di Dio”. Per un cristiano, infatti, si pone ancora oggi la questione della creazione del mondo e, assieme a questa, la questione del progetto che Dio aveva creando il mondo.

Quindi si potrebbe argomentare sostenendo che a) Dio ha creato il mondo; b) per creare il mondo, Dio si è servito di un progetto ideale; c) il mondo è stato creato “a immagine” delle Idee di Dio; quindi: esistono gli universali all’esterno della mente umana, sotto forma di pensieri di Dio, ossia di forme pure, modelli delle cose (come il CAVALLO, l’ALBERO in sé, ecc.). Si tratta ovviamente di una posizione di tipo teologico-filosofica e richiede la credenza in un Essere creatore, che spesso non è contemplata dalla scienza, ma è comunque una forma di REALISMO sostenibile anche nel ventunesimo secolo.

Voi cosa ne pensate? Suggerimenti per l’attualizzazione delle altre posizioni?

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Nel post precedente ci eravamo fermati alla distinzione tra realismo e nominalismo. Cerchiamo di vedere ora più nel dettaglio come si articolarono nel Medioevo queste due posizioni. (Nel prossimo post vedremo finalmente in che cosa sta l’attualità di questa disputa)

Entrambe possono essere innanzitutto divise in una loro versione “estrema” e in una “moderata”. Si avrà allora un realismo estremo e un realismo moderato, un nominalismo estremo e un nominalismo moderato. A queste quattro posizioni va poi aggiunta una quinta, che sta a metà tra realismo e nominalismo: si tratta del cosiddetto concettualismo difeso da Pietro Abelardo.

Ma consideriamole singolarmente:

a) REALISMO ESTREMO: è la tesi per cui gli universali sono enti reali, che esistono separati dagli oggetti del mondo di cui sono modelli immutabili (in termini “tecnici” si dice che esistono ante-rem). Si tratta quindi della concezione di matrice platonica e anche agostiniana (Sant’Agostino, infatti, riformulò la dottrina delle idee di Platone in termini creazionistici: le Idee altro non sono che i Pensieri di Dio, grazie ai quali Dio ha creato e plasmato il mondo);

b) NOMINALISMO ESTREMO: è la tesi secondo cui gli universali sono solo dei nomi (delle voces) e nulla più; non hanno quindi alcuna valenza ontologica;

c) REALISMO MODERATO: è la tesi sostenuta da San Tommaso d’Aquino [1225-1274], secondo il quale gli universali sono sia (i) ante rem, ossia sono idee nella mente di Dio, sia (ii) in re, ossia nelle cose, come loro forma (in senso aristotelico), e infine anche (iii) post rem, ossia concetti nella mente, ottenuti tramite astrazione dall’esperienza;

d) NOMINALISMO MODERATO: è la tesi difesa da Guglielmo d’Ockham [1288-1349], secondo cui gli universali non esistono nelle cose, ma soltanto nella mente umana (in intellectu), come segni che stanno per individui simili;

e) CONCETTUALISMO: è la tesi di Abelardo [1079-1142], il quale negava che gli universali fossero solo res o voces, ma sosteneva che fossero dei sermones: ossia, dei concetti che si riferiscono a gruppi di individui. Per Abelardo questa capacità di riferirsi a gruppi di individui richiede però che tra gli individui vi sia un qualcosa in comune, che li rende una classe: quello che il filosofo chiama status communis.

Eccoci quindi giunti alla questione da cui siamo partiti: alcune di queste soluzioni classiche hanno ancora oggi valore? e se la risposta fosse sì, con quali modifiche e sotto quale forma sono proposte oggigiorno? Al prossimo post il compito di discutere queste domande.

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