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Archive for febbraio 2016

Vi segnalo questa interessante conferenza che si terrà settimana prossima, il 3 marzo 2016, presso l’università di Cagliari, sul tema del “sessismo linguistico”.

Per maggiori informazioni potete visitare questo sito.

Il Master di I livello in “Gender equality – strategie per l’equità di genere” del Dipartimento di Pedagogia, Psicologia e Filosofia organizza il 3 marzo la conferenza “Linguaggio di genere e amministrativo: la rappresentazione di donne e uomini nella lingua italiana di oggi” con la partecipazione di Cecilia Robustelli, professoressa associata di Linguistica Italiana all’Università di Modena e Reggio Emilia e componente del gruppo di esperti sul linguaggio di genere presso il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
L’incontro, presentato da Cristina Cabras e introdotto da Cristina Lavinio, si terrà alle 15 presso l’Aula Specchi  della Facoltà di Studi Umanistici (Sa Duchessa, Via Is Mirrionis 1 a Cagliari) e sarà un’importante occasione per discutere sul sessismo linguistico, sul ruolo giocato dal linguaggio nella costruzione sociale della realtà e sulla promozione del linguaggio di genere.

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Vi segnalo questo interessante intervento di Ray Jackendoff sull’evoluzione del linguaggio.

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Stavo maccioriguardando dopo tanto tempo questo divertente video di Marcello Macchia, alias Maccio Capatonda, e sono rimasto colpito in particolare della scena che si svolge al quattordicesimo secondo: un passante ferma Maccio e gli domanda l’ora; lui guarda l’orologio, che segna le 10.32, e risponde “Dieci e trenta”. La voce di sottofondo recita: “Quando non puoi fare altro che mentire…”

So che potrà sembrare strano, ma anche nelle occasioni più impensabili si possono trovare spunti di discussione filosofica; e questo è uno di tali casi.

In particolare, la scena comica mi ha fatto ricordare la proposta avanzata nell’ambito degli studi di pragmatica da parte dei cosiddetti “teorici della pertinenza” (come Dan Sperber e Deirdre Wilson), i quali propongono alcune modifiche sostanziali alla importante teoria proposta dal filosofo britannico Paul Grice.

Ma procediamo per ordine.

Innanzitutto, cominciamo con il chiarire che cosa si intende con ‘pragmatica’: la pragmatica è quella disciplina filosofica che si occupa di come il linguaggio è concretamente utilizzato dai suoi parlanti. In questo è distinta dalla sintassi – che studia come le parole si combinano tra loro per formare le frasi – e dalla semantica – che si rivolge prevalentemente al rapporto tra le parole e i loro referenti (questa perlomeno è la classica tripartizione proposta da Charles Morris a metà ‘900: soprattutto sulla distinzione tra semantica e pragmatica non sono molto d’accordo, ma si tratta di un’altra questione che non affronterò qui).

Paul Grice è uno degli autori più noti e più influenti per la pragmatica contemporanea. Secondo Grice, quando un individuo utilizza un enunciato per comunicare qualcosa, non sta semplicemente codificando in suoni un messaggio presente nella sua testa (e che dovrà essere poi decodificato dall’ascoltatore), ma sta facendo qualcosa di più complesso: l’enunciato che viene proferito dal parlante è uno strumento che il parlante usa per manifestare la sua intenzione di comunicare qualcosa; ciò che l’interlocutore dovrà quindi fare sarà riconoscere l’intenzione comunicativa e non semplicemente decodificare un messaggio.

Grice descrive pertanto la comunicazione come una forma di cooperazione tra interlocutori, tanto che ipotizza la presenza di quattro massime – di Quantità, di Qualità, di Relazione e di Modo – le quali intervengono costantemente nei nostri scambi comunicativi, ma che vanno intese non come regole che tutti noi dovremmo seguire quando parliamo, bensì come aspettative che spontaneamente abbiamo quando interagiamo verbalmente con qualcuno. Insomma le quattro massime di Grice non hanno valore normativo, ma soltanto descrittivo.

La massima di Qualità specifica, per esempio, quanto segue: “Cerca di dare un contributo che sia vero” (e nello specifico: “Non dire ciò che credi essere falso”).

Torniamo allora al nostro video iniziale. Quando Maccio risponde alla domanda “che ore sono?” dicendo “Dieci e trenta”, mentre l’orologio segna le 10.32, sembrerebbe che abbia violato la massima di Qualità e che quindi non si sia comportato come un “buon interlocutore”. Questo però non è quello che ci verrebbe da pensare spontaneamente: se qualcuno risponde come ha fatto Maccio, difficilmente diremmo che ha risposto in modo comunicativamente scorretto. Non a caso, infatti, la voce di fondo che recita “Quando non puoi fare altro che mentire” ci fa ridere: Maccio ha detto il falso a voler essere rigorosi, ma quanti di noi vorrebbero sostenere che ha mentito? Al limite ha “arrotondato” e reso meno precisa, ma più immediata, un’informazione.

Ecco che per spiegare questo punto ci viene in aiuto la Teoria della Pertinenza (Relevance Theory). Secondo gli autori che difendono questa posizione, la comunicazione consiste nel modificare stati mentali altrui (dicendo una frase, io intendo produrre nel mio destinatario un certo effetto: modifico i suoi stati mentali). In tali processi di comunicazione, il parlante utilizza diversi stimoli – verbali o non – che servono a produrre quindi effetti nella mente del destinatario; e gli stimoli che producono effetti positivi sono detti “pertinenti”.

In tutto ciò vi deve essere un certo equilibrio tra costi e benefici: quando il destinatario elabora uno stimolo deve impiegare energie mentali (costi), che possono però essere giustificate dai benefici che ottiene (effetto cognitivo, modifica, apprendimento di qualcosa di nuovo).

In conclusione, la risposta approssimata “sono le 10.30”, quando in realtà sarebbero le 10.32, è giustificata dai teorici della pertinenza in termini di costi minori a parità di beneficio: in quel dato contesto (un passante che ci ferma in mezzo alla strada), al destinatario non cambia sapere con precisione se sono le 10.30, le 10.31 o le 10.32; tuttavia, è elaborabile più facilmente l’informazione “tonda” 10.30. Questo ci porta ad approssimare nella risposta.

(E badate che invece non approssimeremmo in altri contesti: se fossimo a una gara ciclistica e ci chiedessero a che ora è arrivato il ciclista Taldeitali, risponderemmo con precisione “10.32”. Questo perché in tale situazione il beneficio ottenuto giustifica lo sforzo di elaborazione maggiore, anzi lo richiede.)

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