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Archive for the ‘linguaggio animale’ Category

pavlovs_dogIn un post precedente mi ero già occupato della possibilità che anche gli animali, come l’essere umano, siano dotati di un livello mentale dei concetti. Avevo fatto ciò in modo molto intuitivo e probabilmente banale. Oggi torno a occuparmene con qualche dato scientifico alla mano in più.

In questi giorni sto leggendo il manuale di psicologia di Peter Gray e ho trovato un paragrafo in cui sono descritti alcuni esperimenti che fanno al caso nostro – nel senso che sembrerebbero supportare la tesi secondo cui gli animali sarebbero dotati di concetti.

Cominciamo con il chiarire che cosa sono i concetti. Gray a p. 114 (cito dalla V edizione inglese) definisce i concetti come regole per categorizzare stimoli in gruppi. Se ci pensate, la definizione di Gray è sintetica, ma molto efficace: ci dice, infatti, innanzitutto che i concetti sono degli “strumenti” (delle regole) che la nostra mente usa per categorizzare, ovvero per raccogliere stimoli percettivi in gruppi.

Poniamo di trovarci in un parco. Alla nostra sinistra vediamo (riceviamo uno stimolo di) una quercia. A destra vediamo un pioppo. Più in là c’è un faggio. Anche se non sapessimo dare questi nomi specifici agli oggetti che stiamo vedendo, sapremmo comunque riconoscere tranquillamente che si tratta di alberi. Che cosa è avvenuto nella nostra mente quando abbiamo riconosciuto che si trattava di tre alberi? E’ stato attivato il concetto di ALBERO, il quale ha appunto la funzione di raccogliere diversi stimoli (diverse percezioni, diverse forme) in un gruppo unico: la categoria degli alberi.

I concetti ci permettono quindi di capire a quale categoria appartengono gli oggetti che percepiamo, ma ci permettono anche di ragionare su queste categorie, di prevederne il comportamento, ecc.

Torniamo ora agli esperimenti citati da Gray sugli animali.

pigeonL’esperimento che intendo riportare è quello illustrato da Richard Herrnstein in un suo articolo del 1979. L’autore ha addestrato (si parla di condizionamento operativo) alcuni piccioni a beccare un tasto all’interno del contenitore in cui erano stati posti per ottenere un granello di cibo. Nel contenitore, tuttavia, vi era anche un piccolo schermo. L’esperimento prevedeva che il piccione avrebbe ottenuto il granello soltanto quando avesse beccato il bottone mentre sullo schermo compariva l’immagine di un albero. Se avesse beccato il bottone quando lo schermo non raffigurava un albero, nessun granello sarebbe fuoriuscito.

Dopo cinque giorni di addestramento, in cui ai piccioni furono mostrate 80 immagini (40 di alberi e 40 di altri oggetti), i piccioni avevano imparato a beccare il bottone solo quando compariva sullo schermo l’immagine di un albero.

Herrnstein, tuttavia, fece anche un altro esperimento. Provò, infatti, a mostrare ai piccioni l’immagine di un albero che non avevano mai visto prima (cioè che non era tra le 40 che avevano visto ripetutamente nei cinque giorni di addestramento). La cosa interessante fu che i piccioni beccavano il pulsante per ottenere il cibo anche con le nuove immagini di alberi.

Che cosa si può concludere da questo esperimento? La conclusione è che i piccioni si erano formati (o già possedevano) il concetto di ALBERO, ovvero erano in grado di riconoscere cosa appartiene alla categoria degli alberi e cosa non vi appartiene. Ma, cosa ancora più interessante, Gray segnala che sono di recente stati condotti altri esperimenti simili a quello di Herrnstein, in cui risulta che i piccioni sono in grado di acquisire i concetti di oggetti come automobili, sedie e volti umani.


– Herrnstein R. (1979), Acquisition, generalization, and discrimination reversal of a natural concept.

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In un post precedente vi avevo parlato di come dovrebbe essere strutturata la mente di noi uomini. Ciò che permette di porre in relazione il linguaggio con le esperienze che facciamo è appunto il livello dei concetti. E’ grazie a questi che possiamo ragionare, fare progetti, comprendere parole e frasi, ecc.

E per quanto riguarda gli animali?

Un’ipotesi oggi accreditata è quella per cui anche gli animali possiederebbero come noi un livello mentale dei concetti, grazie al quale sono in grado di svolgere compiti cognitivi più o meno complessi. Differente è invece la situazione per quanto riguarda il linguaggio.

Ma rimaniamo sul livello concettuale. Vi è mai capitato di sentire qualcuno sostenere che un animale non è dotato di ragione, che non può fare progetti, né prevedere gli effetti delle sue azioni, ma che segue esclusivamente il proprio istinto?

Vi invito a guardare questo video. Vi compare un uccello che “pesca”. Pesca nel senso che è in grado di utilizzare un mezzo (del pane) per ottenere uno scopo. Non è una forma di riflessione questa?

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Che i pappagalli possano imitare il suono delle parole del linguaggio umano è cosa che tutti noi abbiamo con stupore scoperto sin da bambini. Il pappagallo di cui vi intendo parlare in questo post ha però qualcosa di particolare e affascinante. Il suo nome era Alex ed era un pappagallo africano grigio. Uso l’imperfetto in quanto Alex è morto nel 2007, con enorme dispiacere della ricercatrice che l’aveva acquistato e “allenato” negli anni precedenti, Irene Maxine Pepperberg.

Che cosa aveva di speciale Alex e perché fu ritenuto importante dagli studiosi del linguaggio di tutto il mondo? Il fatto è che Alex riuscì ad apprendere più di 100 parole inglesi. Sapeva rispondere verbalmente alle domande che la ricercatrice gli poneva e possedeva la capacità di contare un numero limitato di oggetti. Inoltre era in grado di distinguere colori e forme.

Ora, la domanda centrale è: si può dire che Alex abbia appreso il linguaggio umano (linguaggio naturale), anche se in una forma ridotta? Si può dire che un animale non umano sia in grado di padroneggiare un linguaggio pari a quello umano?

In realtà la risposta sembra debba essere negativa. Infatti, ciò che caratterizza gli esempi come quello di Alex, in cui si cerca di fare apprendere a un animale una lingua umana, è la mancanza di alcune proprietà fondamentali del linguaggio umano: prima fra tutte la ricorsività.

La ricorsività altro non è che la capacità di applicare una certa regola al risultato dell’applicazione della regola stessa. Ad esempio, possiamo dire “Marta pensa che Parigi sia bella”. Ma anche “Paolo dice che Marta pensa che Parigi sia bella”. E ancora “Gianni pensa che Paolo dice che Marta pensa che Parigi sia bella”. E così via. Insomma, la ricorsività del linguaggio è ciò che ci permette di costruire frasi di lungezza potenzialmente infinita applicando la stessa regola più volte.

Altra proprietà fondamentale che sembra mancare ad Alex è la capacità di subordinazione, ossia di utilizzare frasi subordinate. La sua capacità si limitava, infatti, a una mera combinazione di semplici parole.

Si può quindi concludere che la nostra capacità linguistica si differenzia sotto certi aspetti da quella di qualunque altro essere animato, rendendo così il linguaggio umano un caso unico nel mondo animale.

Questo è tutto per adesso. Ma prima di chiudere vi invito a guardare questo video di Alex. Notate, oltre alle sue sorprendenti capacità di risposta, come si stanca dopo poche domande della ricercatrice e chiede di tornare nella sua gabbia: “wanna go back”. Sorprendente.


Aggiungo un link a un blog interessante, in cui si parla di questo stesso argomento.

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