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Archive for the ‘recensioni’ Category

Hilary Putnam

Hilary_Putnam.jpgIeri, 13 marzo 2016, è morto Hilary Putnam.

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Questa volta mi auto-recensisco.

Ebbene sì, è finalmente uscito il mio libro, dopo mesi e mesi – ma cosa dico? …anni! – di lavoro, revisione e risistemazione.

Il titolo è “Come comprendiamo le parole. Introduzione alla semantica lessicale” ed è edito da Mondadori Education.

Il libro – che è il frutto dell’elaborazione della mia tesi di dottorato in filosofia del linguaggio discussa all’Università di Torino nel 2011 – vuole essere un’introduzione alla semantica lessicale, ovvero a quella branca dello studio del significato che si concentra nello specifico sulle parole.

Per provare a trasmettere meglio qual è la questione centrale, provate a riflettere su ciò: voi state ora leggendo questo testo e non avete problemi a capire che cosa le parole ‘leggendo’, ‘questo’, ‘testo’ ecc. significano. Ciascuna di esse richiama alla vostra mente qualcosa, attivando dei contenuti. Ebbene, in che modo avviene ciò? e quali sono i contenuti che si attivano? e quali sono le rappresentazioni presenti nella nostra mente che ci permettono di capire le parole? Insomma: come comprendiamo le parole?

La mia ipotesi di risposta a questa domanda è articolata nelle 244 pagine del libro, che a sua volta è suddiviso in 5 capitoli.

Il primo capitolo è quello forse più filosofico e cerca di ricostruire storicamente l’evoluzione della semantica modellistica, sino a porne in luce alcune sue significative problematiche che riguardano proprio l’ambito della semantica lessicale. In questo capitolo difendo allora la tesi secondo cui è da preferire un approccio cognitivo allo studio della semantica (lessicale e non).

Il secondo capitolo amplia invece l’orizzonte, considerando teorie e dati che vengono, oltre che dalla filosofia, anche dalla linguistica, dalla psicolinguistica e dalla psicologia. In questa sezione ho cercato di chiarire che cosa siano i concetti e ho fatto ciò presentando la discussione tra chi sostiene che i concetti siano delle rappresentazioni mentali atomiche (ad es. Fodor) e chi sostiene invece che siano strutture di rappresentazioni. Propendendo per questa seconda soluzione, ho cercato quindi di formulare risposte alle critiche mosse dal fronte atomista, per difendere l’idea che i concetti sono composti, ovvero che sono strutture di rappresentazioni mentali.

Il terzo capitolo continua a occuparsi dei concetti come strutture complesse, ma lo fa soffermandosi sul lavoro di un autore che mi ha sempre molto affascinato: il linguista americano Ray Jackendoff. Jackendoff, tra le altre cose, difende la tesi secondo cui i concetti sono costituiti sia da rappresentazioni astratte/linguistiche sia da rappresentazioni percettive/motorie (per fare un esempio: il concetto CAVALLO sarà costituito da una serie di informazioni, come l’informazione che il cavallo è un animale, che è un mammifero ecc., le quali potranno essere rappresentate nella nostra mente con simboli pseudo-linguistici; ma sarà costituito anche da informazioni sull’aspetto fisico dei cavalli: informazioni che possono invece essere immagazzinate mentalmente per mezzo di rappresentazioni percettive).

Tale tesi per cui i concetti sono strutture mentali costituite da due tipi di rappresentazioni – una “proposizionale” e una percettivo/motoria – rispecchia i termini di un dibattito molto attuale e discusso in scienza cognitiva e, in particolare, nell’ambito della embodied cognition. Del dibattito emerso in questo ambito mi sono quindi occupato nel quarto capitolo, presentando e discutendo i dati, le ricerche e gli studi condotti negli ultimi tre decenni da neuroscienziati, linguisti, psicologi e filosofi.

La mia conclusione è quindi una teoria duale dei concetti, secondo la quale i concetti sono appunto strutture costituite da due tipi di rappresentazioni mentali – un tipo codificato in formato amodale e un tipo codificato in formato modale (percettivo e motorio) – i quali servono tra le altre cose da strutture di base per i processi di significazione lessicale.

Detto ciò, faccio fatica a pensare di potervi aver dato un quadro esaustivo del libro con queste poche righe, ma spero che qualcuno sarà invogliato a leggerlo. Nel caso lo leggeste spero possiate comunicarmi i vostri commenti (anche le critiche sono ben accette! Infatti, la ricerca deve essere sempre un continuo superamento di se stessa, sennò rimane puro dogmatismo e non serve più a nulla!!!)


Se volete acquistare il libro lo trovate qui:

Faschilli C., Come comprendiamo le parole, Mondadori Education, 2014.

 

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copj170.aspOggi vi presento un libro che ho trovato per caso nella sezione di linguistica di una libreria. Ciò che mi ha colpito da subito è stato l’accostamento tra retorica e pragmatica – poiché so qualcosa della seconda, ma so molto poco della prima. Vediamo cosa ne è emerso dalla lettura.

Cominciamo con una domanda: per quale ragione l’autrice ha posto in relazione tra loro proprio retorica e pragmatica linguistica?

La risposta è subito data: la pragmatica si occupa del “potere azionale del linguaggio”, ovvero del fatto che con il linguaggio non ci limitiamo a dire qualcosa, ma possiamo anche fare qualcosa (basti pensare che è anche grazie a espressioni linguistiche che si può sposare un’altra persona, dichiarare una guerra, perdonare qualcuno, ecc.).

La retorica dal canto suo è quella disciplina “che si occupa del discorso persuasivo, del discorso la cui azione è finalizzata alla persuasione”; insomma, alla retorica – considerata come teoria dell’argomentazione – compete un certo tipo di azioni che noi esseri umani compiamo attraverso l’uso del linguaggio. La retorica è quindi vista dall’autrice come “un settore della pragmatica”.

Il libro è suddiviso in due parti. Nella prima sezione, di carattere prevalentemente storico, l’autrice presenta le posizioni di alcuni filosofi/pensatori, che vengono visti come “i protagonisti del connubio” tra retorica e pragmatica: si tratta di Aristotele, Austin, Perelman e Grice. La ricostruzione storica del pensiero di questi tocca gli elementi centrali delle loro teorie, prestando sempre attenzione al rapporto retorica-pragmatica; inoltre l’esposizione spesso procede schematicamente e per punti e aiuta in questo modo la comprensione da parte di chi legge. Il testo, infatti, sembra essere stato scritto più che altro per fini didattici o comunque di ricerca in ambito universitario e non va confuso (come mi è capitato di notare da alcuni commenti trovati in rete) con un manuale di “buona argomentazione” per professionisti del foro.

La prima parte si conclude con una citazione di Claudia Caffi, che copio qui di seguito poiché riassume tutto ciò che l’autrice ha cercato di mostrare nelle pagine precedenti:

[Retorica e pragmatica] selezionano come campo di pertinenza la comunicazione felice, riuscita, efficace, attraverso la quale degli effetti, a vari livelli, sono prodotti e dei contesti sono cambiati. Inoltre, entrambe le discipline, a differenza dalla logica, sono centrate su ragionamenti probabilistici, così come su valori non vero-funzionali e su inferenze non necessarie. Entrambe le discipline, poi, vedono la comunicazione come un processo intrinsecamente manipolativo.

Ritengo interessante in particolare la segnalazione della lontananza sia della pragmatica sia della retorica dal metodo di studio del linguaggio che punta a soffermarsi sugli aspetti logici e vero-funzionali; metodo che è stato centrale in ambito filosofico sin da inizio Novecento, soprattutto per certi autori di cui già ho parlato in passato.

Passando poi alla seconda sezione del libro: è qui che Venier giunge infine al nucleo centrale della sua esposizione. L’autrice mostra, infatti, come i nodi su cui la retorica si articola – ovvero la triade “oratore, discorso e uditorio” – pongano tale disciplina in stretto rapporto con la pragmatica linguistica.

In conclusione, questo testo mi pare che si ponga come un tentativo di fornire nuovi spunti di riflessione sul linguaggio, accostando con motivazioni ponderate e fondate due discipline apparentemente lontane tra loro (una molto recente e una forte di una tradizione millenaria).


Venier F., Il potere del discorso, Carocci, 2008

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Il libro che vi presento oggi appartiene alla collana “Bibliotheca” della casa editrice Raffaello Cortina. Il titolo è Filosofia del linguaggio (come spesso accade tra i libri di cui ho parlato in questo blog) e si tratta di una interessante e utile antologia di testi, appartenenti alla tradizione novecentesca della filosofia analitica del linguaggio.

I curatori sono importanti docenti italiani, tra cui Paolo Casalegno, Pasquale Frascolla, Andrea Iacona, Elisa Paganini e Marco Santambrogio.

I testi antologizzati consentono al lettore di farsi un’idea (e non poco approfondita) sulle principali questioni e problematiche inerenti al linguaggio umano, su cui si è dibattuto negli ultimi decenni in ambito analitico. Ogni testo è preceduto da una introduzione dei curatori, in cui è presentato il pensiero dell’autore, il contesto culturale e i concetti chiave che emergono dalla sua opera.

Apre il classico Senso e significato di Gottlob Frege (di cui avevo già parlato qui), seguono quindi

  • Le descrizioni di Bertrand Russell (testo che tratta delle descrizioni definite),
  • Significato, uso, comprensione di Ludwig Wittgenstein (tratto dalle sue Ricerche filosofiche del 1953),
  • Due dogmi dell’empirismo e Relatività ontologica di Willard Van Orman Quine,
  • Nomi e riferimento di Saul Kripke,
  • Significato, riferimento e stereotipi di Hilary Putnam,
  • Interpretazione radicale di Donald Davidson,
  • Logica e conversazione di Paul Grice,
  • Dispute metafisiche intorno al realismo, di Michael Dummett,
  • e si conclude con l’interessante Linguaggio e natura, di Noam Chomsky.

AA.VV., Filosofia del linguaggio, Cortina, 2003.

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Vi segnalo questa interessante intervista a Ronald Langacker, padre della cosiddetta “Grammatica Cognitiva”, teoria che rientra nel campo di studio del linguaggio umano che potremmo definire Linguistica cognitiva.

L’intervista è tradotta da Giuliana Andrighetto e la potete trovare interamente sulla rivista online Il giornale di filosofia, all’indirizzo indicato in fondo a questo post.

Riporto qui di seguito solo la prima domanda dell’intervista:

Professor Ronald Langacker, partiamo da una domanda di natura generale: lei cosa intende per Linguistica Cognitiva? E quali sono i suoi vantaggi rispetto agli altri approcci linguistici?

La Linguistica Cognitiva si è sviluppata negli ultimi venticinque anni, e a livello mondiale è sempre più conosciuta e accettata. In contrasto con la visione modulare sposata dalla tradizione generativa, essa analizza il linguaggio, nei limiti del possibile, come un aspetto integrante della cognizione che dipende in modo decisivo da altri sistemi e da altre capacità (ad esempio la percezione, la categorizzazione, la coordinazione motoria). Piuttosto che come largamente innato, il linguaggio viene visto come qualcosa che si acquisisce attraverso interazioni linguistiche significative. Se all’interno della Linguistica Cognitiva vi sono molte questioni su cui non c’è accordo, si ritiene generalmente che le diverse posizioni conducano nell’insieme a una visione più naturale e empiricamente fondata dell’evoluzione, acquisizione e uso del linguaggio.

Se la visione generativista del linguaggio pone la sintassi al centro, la Linguistica Cognitiva afferma invece la centralità del significato. Si basa su una semantica concettualista che enfatizza la nostra multiforme capacità di concepire e ritrarre una situazione in modi diversi contemporaneamente. La Linguistica Cognitiva ha dimostrato l’importanza pervasiva di abilità immaginative come la metafora e il conceptual blending. Sono stati sviluppati strumenti descrittivi che permettono ai diversi aspetti delle strutture concettuali di essere caratterizzati in modo esplicito. Mediante questi strumenti è possibile mostrare con precisione il modo in cui espressioni linguistiche particolari assomigliano o differiscono nel loro significato, riuscendo così a fornire una base e dei principi per la previsione del comportamento grammaticale.

Con una semantica concettualista ben formulata e fortemente motivata nei propri termini, diventa chiaro come la grammatica in sé sia dotata di significato. Per esempio, gran parte dei giudizi di “non grammaticità” sono basati di fatto su un’anomalia semantica. Lo scopo centrale della Grammatica Cognitiva è di mettere in luce che la grammatica, così come il lessico, sia simbolica per natura, ossia consista in relazioni simboliche tra strutture semantiche e strutture fonologiche. Ciò non tanto per negare l’esistenza di elementi formali che costituiscono ciò che definiamo sintassi, che sono convenzionali e vanno appresi. Si tratta piuttosto di una concezione della natura degli elementi grammaticali diversa: invece di essere entità autonome, separate dal significato e dalla forma fonologica, sono unità costituite da un’ unione di questi due poli. E’ un’idea dell’organizzazione linguistica più esplicita e unificata dal punto di vista concettuale rispetto ad una visione che pone una componente sintattica autonoma. Inoltre, direi che rende conto della grammatica, nei propri stessi termini, in modo più esplicito e adeguato dal punto di vista linguistico.

Trovate il resto dell’intervista a questo indirizzo.

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Ancora una recensione di un libro di filosofia del linguaggio. Ancora una recensione di un libro intitolato “Il linguaggio”.

Ma in questo caso si tratta di un libro su cui ho sudato molto qualche anno fa, quando stavo  preparando un esame di università con il prof. Giorgio Graffi.

L’autrice è Lia Formigari, professoressa di Filosofia del Linguaggio all’Università La Sapienza di Roma.

Il sottotitolo del libro recita “Storia delle teorie”, il che ci dà già un’indicazione di come è strutturato il testo e quali sono i suoi contenuti. Si tratta, infatti, di una storia delle teorie emerse in ambito filosofico (ma non solo) inerenti al tema del linguaggio, a partire da Platone fino ad arrivare a Chomsky.

E’ un testo completo ma anche complesso, estremamente ricco nei contenuti e utilissimo per chi si interessa di questo argomento. Alla fine di ogni capitolo l’autrice ha raccolto poi dei suggerimenti per ulteriori letture e approfondimenti. In chiusura troviamo invece una delle bibliografie più complete e aggiornate che mi siano mai capitate di vedere (sono quasi 80 pagine di bibliografia!!).

Consiglio questo libro a chi volesse approfondire le proprie conoscenze di filosofia del linguaggio a partire da un approccio storico, oppure a chi avesse bisogno di un valido strumento per scrivere una tesi su questi temi.


Formigari L., Il linguaggio. Storia delle teorie, Laterza, Roma-Bari, 2001.

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tabossi linguaggioVisti i miei interessi in filosofia del linguaggio e visto il tema portante di questo blog, non ho potuto fare a meno di comprare questo breve libricino: il titolo me lo imponeva.

E devo ammettere che è fatto molto bene, nonostante sia soltanto una introduzione al linguaggio.

Il libro è diviso in sei capitoli:

1) Linguaggio e non linguaggio

2) Che cosa ci insegnano le scienze del linguaggio

3) Capire

4) Parlare

5) Imparare

6) I disturbi

Il primo è un capitolo introduttivo che illustra alcune distinzioni e concetti fondamentali: la differenza tra lingua e linguaggio; la relazione tra linguaggio e comunicazione; quella tra linguaggio e pensiero.

Il secondo capitolo parla della psicolinguistica, ossia di quella disciplina scientifica che si occupa del linguaggio all’interno della prospettiva della psicologia cognitivista. Inoltre illustra come psicolinguistica, neurolinguistica e linguistica riescono a farci comprendere molti fenomeni inerenti al linguaggio (fenomeni che sono articolati più nello specifico nei capitoli successivi).

Il capitolo dedicato al “capire” cerca invece di rispondere ad alcune domande sulla comprensione linguistica, mentre quello dedicato al “parlare” si occupa della produzione linguistica. Sono molto interessanti le risposte (dettagliate e ben documentate) che l’autrice dà ad alcune domande, come ad esempio:

“come fa un ascoltatore a identificare i confini delle parole, dal momento che questi non sono fisicamente presenti nel segnale acustico?”

(se ci pensate, infatti, quando produciamo frasi parlate, tendiamo a produrre una catena di sillabe e non rispettiamo le pause tra le parole che mettiamo quando scriviamo)

Il capitolo sull'”imparare” cerca di far luce su come i bambini apprendono la loro lingua. Infine l’ultimo capitolo si sofferma sui principali disturbi del linguaggio, presentandoli brevemente e fornendone una discussione.


Tabossi P., Il linguaggio, Il Mulino, Bologna, 1999.

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