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Archive for the ‘storia della filosofia’ Category

nietOggi mi permetto di fare il filosofo continentale (ma non troppo).

Vorrei che consideraste la seguente citazione di Nietzsche:

Il diritto signorile di imporre nomi si estende così lontano che ci si potrebbe permettere di concepire l’origine stessa del linguaggio come un’estrinsecazione di potenza da parte di coloro che esercitano il dominio: costoro dicono “questo è questo e questo”, costoro impongono con una parola il suggello definitivo a ogni cosa e a ogni evento e in tal modo, per così dire, se ne appropriano. (Genealogia della morale, I, 2)

Il testo citato è inserito in una più ampia trattazione in cui si discute dell’origine genealogica della morale e, nello specifico, dei concetti di “bene” e “male” – ma non è di questo che intendo occuparmi ora.

Ciò su cui ho interesse a soffermarmi è la tesi secondo cui l’origine del linguaggio potrebbe essere descritta in termini di “appropriazione” di cose del mondo: le parole nascono e vengono utilizzate (inizialmente) al fine di impossessarsi e di fare propri certi oggetti. Imporre una parola come denotante qualcosa permetterebbe, in questo senso, di poter dire che quella cosa “è mia e non tua”, proprio perché quella cosa ha un nome e può essere denotata.

In sé, la tesi per cui l’origine del linguaggio sarebbe descrivibile in tali termini non mi pare che trovi – né che possa trovare – alcuna conferma. Come del resto è difficile trovare conferma per qualsiasi ipotesi avanzata al fine di rendere conto dell’origine del linguaggio naturale.

Tuttavia, trovo comunque interessante il legame che Nietzsche individua tra linguaggio e proprietà, e penso che sia questo il punto di forza della citazione. Non possiamo, infatti, negare la tesi secondo cui per dichiarare “nostra” una certa cosa dobbiamo prima essere in grado di riferirci a essa.

Ma direi di più: la proprietà in generale deve avere come suo presupposto la nostra capacità di categorizzazione e di concettualizzazione, ossia la capacità di selezionare/distinguere all’interno dell’esperienza sensoriale che continuamente facciamo certe entità, riconoscendole come appartenenti a una data categoria. Per poter dire “questa penna è mia”, il bambino deve essersi prima costruito il concetto di penna (o almeno deve possedere delle procedure mentali che gli permettano di riconoscere cos’è una penna, di riferirsi correttamente alle penne e di fare inferenze adeguate sulle penne). Se ne deve quindi in qualche modo essere “appropriato mentalmente”.

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E veniamo infine alla parte più speculativa e meno “storica”: l’attualità della disputa sugli universali.

E’ lecito ancora oggi parlare di universali? domandarsi che cosa sono e qual è il loro statuto ontologico? A mio parere sì; anche se vanno fatte alcune dovute precisazioni.

Guardate la sedia su cui siete seduti (se siete seduti su una sedia); e ora considerate la sedia nella sala d’aspetto di una stazione ferroviaria; oppure le sedie di un’aula universitaria: ognuna avrà una sua forma particolare, ognuna sarà un oggetto distinto. Eppure siamo portati a chiamarle tutte con lo stesso termine ‘sedia’. O meglio, siamo portati a riconoscerle tutte come appartenenti alla stessa categoria: la categoria delle sedie. Come è possibile ciò?

La risposta che la scienza cognitiva contemporanea dà a questo quesito chiama in causa i concetti presenti nella nostra mente. Volendo collegarci alla disputa medievale, potremmo dire quindi che essa si schiera a favore del CONCETTUALISMO (ovviamente con secoli di progressi in più nella ricerca sulla mente umana). Insomma, la tesi è che non esistono universali oggettivi, ma che noi esseri umani possediamo delle facoltà mentali che ci permettono di costruire concetti di classi di oggetti, estraendo dall’esperienza che facciamo relativamente a questi oggetti. Tali concetti sono costituiti in buona parte da aspetti percettivi e motori (vedi ad esempio il post sulla embodied cognition): ovvero, semplificando molto, per costruire il concetto di SEDIA il nostro cervello ha astratto alcuni aspetti percettivi, ma anche funzionali (la possibilità di sedervisi sopra) e ha costruito una sorta di “schema” che permette di riconoscere come sedie gli oggetti di quella categoria.

Ma possiamo dire che sono tutte qua le alternative possibili al giorno d’oggi? Sembrerebbe di sì: sembrerebbe che le posizioni come il REALISMO attualmente siano insostenibili.

Un amico mi ha fatto però notare una cosa: ponetevi dal punto di vista di un cristiano. In tal caso non ci sarebbe nessun problema ad ammettere l’esistenza di universali oggettivi e reali, concepiti ancora nei termini di “pensieri di Dio”. Per un cristiano, infatti, si pone ancora oggi la questione della creazione del mondo e, assieme a questa, la questione del progetto che Dio aveva creando il mondo.

Quindi si potrebbe argomentare sostenendo che a) Dio ha creato il mondo; b) per creare il mondo, Dio si è servito di un progetto ideale; c) il mondo è stato creato “a immagine” delle Idee di Dio; quindi: esistono gli universali all’esterno della mente umana, sotto forma di pensieri di Dio, ossia di forme pure, modelli delle cose (come il CAVALLO, l’ALBERO in sé, ecc.). Si tratta ovviamente di una posizione di tipo teologico-filosofica e richiede la credenza in un Essere creatore, che spesso non è contemplata dalla scienza, ma è comunque una forma di REALISMO sostenibile anche nel ventunesimo secolo.

Voi cosa ne pensate? Suggerimenti per l’attualizzazione delle altre posizioni?

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Nel post precedente ci eravamo fermati alla distinzione tra realismo e nominalismo. Cerchiamo di vedere ora più nel dettaglio come si articolarono nel Medioevo queste due posizioni. (Nel prossimo post vedremo finalmente in che cosa sta l’attualità di questa disputa)

Entrambe possono essere innanzitutto divise in una loro versione “estrema” e in una “moderata”. Si avrà allora un realismo estremo e un realismo moderato, un nominalismo estremo e un nominalismo moderato. A queste quattro posizioni va poi aggiunta una quinta, che sta a metà tra realismo e nominalismo: si tratta del cosiddetto concettualismo difeso da Pietro Abelardo.

Ma consideriamole singolarmente:

a) REALISMO ESTREMO: è la tesi per cui gli universali sono enti reali, che esistono separati dagli oggetti del mondo di cui sono modelli immutabili (in termini “tecnici” si dice che esistono ante-rem). Si tratta quindi della concezione di matrice platonica e anche agostiniana (Sant’Agostino, infatti, riformulò la dottrina delle idee di Platone in termini creazionistici: le Idee altro non sono che i Pensieri di Dio, grazie ai quali Dio ha creato e plasmato il mondo);

b) NOMINALISMO ESTREMO: è la tesi secondo cui gli universali sono solo dei nomi (delle voces) e nulla più; non hanno quindi alcuna valenza ontologica;

c) REALISMO MODERATO: è la tesi sostenuta da San Tommaso d’Aquino [1225-1274], secondo il quale gli universali sono sia (i) ante rem, ossia sono idee nella mente di Dio, sia (ii) in re, ossia nelle cose, come loro forma (in senso aristotelico), e infine anche (iii) post rem, ossia concetti nella mente, ottenuti tramite astrazione dall’esperienza;

d) NOMINALISMO MODERATO: è la tesi difesa da Guglielmo d’Ockham [1288-1349], secondo cui gli universali non esistono nelle cose, ma soltanto nella mente umana (in intellectu), come segni che stanno per individui simili;

e) CONCETTUALISMO: è la tesi di Abelardo [1079-1142], il quale negava che gli universali fossero solo res o voces, ma sosteneva che fossero dei sermones: ossia, dei concetti che si riferiscono a gruppi di individui. Per Abelardo questa capacità di riferirsi a gruppi di individui richiede però che tra gli individui vi sia un qualcosa in comune, che li rende una classe: quello che il filosofo chiama status communis.

Eccoci quindi giunti alla questione da cui siamo partiti: alcune di queste soluzioni classiche hanno ancora oggi valore? e se la risposta fosse sì, con quali modifiche e sotto quale forma sono proposte oggigiorno? Al prossimo post il compito di discutere queste domande.

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La disputa sugli universali (o “problema degli universali”) è uno dei temi che ha fatto consumare tempo, fatica e inchiostro ai grandi filosofi medievali a partire dal XII secolo in poi.

In questo post e nei prossimi due intendo domandarmi quanto e sotto quali aspetti tale disputa possa essere ancora considerata attuale (mi interessano soprattutto gli aspetti inerenti alla cognizione umana e alla semantica).

In particolare, vorrei cercare di mostrare come alcune soluzioni classiche possano essere ancora oggi accettate (alla luce delle conoscenze contemporanee sui concetti e sui processi mentali relativi alla comprensione). Questo primo post cercherà di fornire una breve presentazione storica del problema. Lascerò invece ai prossimi post il compito di approfondire tale tematica e di mostrare sotto quali aspetti questa discussione sia ancora “attuale”.

La disputa sugli universali storicamente ha avuto origine da un passo dell’Isagoge di Porfirio. In questo passo è contenuta la prima esposizione della questione e sono elencate alcune soluzioni possibili. Porfirio scrive così:

“Intorno ai generi e alle specie non dirò qui se essi sussistano oppure siano posti soltanto nell’intelletto; né, nel caso che sussistano, se siano corporei o incorporei, se separati dalle cose sensibili o situati nelle cose stesse ed esprimenti i loro caratteri comuni” (Porfirio, Isagoge, 1)

Cerchiamo innanzitutto di chiarire in che cosa consista questo “problema degli universali”. Facciamo un esempio:

durante la nostra vita potremo incontrare molti cavalli. Con maggiore precisione, diciamo che potremo incontrare molti cavalli individuali (esemplari di cavallo), ossia molti singoli cavalli. Eppure di tutti questi diremo che sono “un cavallo”: in altre parole, useremo per tutti loro lo stesso termine “cavallo“, che avrà perciò una valenza universale.

Ora, che cos’è questo termine che può essere detto (o, più tecnicamente, “predicato”) di più realtà allo stesso tempo? E’ forse solo una parola? oppure è un concetto che abbiamo nella nostra mente e che “sta per” una categoria di enti/oggetti del mondo? oppure, ancora, è forse qualcosa che esiste al di fuori di noi? (Sono domande come queste che tennero viva per secoli la disputa sugli universali)

Secondo Platone, grande filosofo vissuto ad Atene attorno tra il V e il IV secolo a.C. e quindi molto anteriore alla disputa, tutte le realtà del mondo sono create a imitazione di modelli ideali e perfetti, che esistono astrattamente in un “mondo al di là del cielo”, ossia nell’Iperuranio. Qui esisterà, ad esempio, il modello (che Platone chiama Idea) di cavallo, ma anche quello di albero, quello di pietra, ecc. Perciò i singoli cavalli, alberi e pietre che vediamo sulla Terra non sono altro che imitazioni concrete di quei modelli perfetti.

Platone influenzò una delle principali posizioni assunte dai filosofi della disputa sugli universali: il cosiddetto REALISMO. Secondo il realismo, infatti, gli universali sarebbero realtà che esistono indipendentemente dall’uomo e dalla sua mente. Insomma, esistono al di fuori di noi: sono reali. Ma dove esistono e come? Beh, questo dipende dalle risposte dei singoli filosofi e su queste risposte torneremo tra breve.

Limitiamoci per ora a dire che la posizione diametralmente opposta al realismo è quella del NOMINALISMO. Il nominalismo, infatti, rifiuta che gli universali possano essere delle realtà che esistono indipendentemente dalla mente umana.

Vista la lunghezza del presente post, preferisco lasciare al prossimo il compito di elencare le varie posizioni in cui si articolano realismo e nominalismo. Nel terzo e ultimo post parleremo invece dell’attualità della disputa.

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