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grounded cognitionNelle scienze cognitive si sente oggi parlare sempre più spesso di cognizione incarnata (“embodied cognition” in inglese) e di grounded cognition. In questo post cercherò di chiarire brevemente la differenza tra questi due termini che di frequente sono utilizzati in modo intercambiabile, ma che in realtà si riferiscono ad aspetti ben differenti della nostra cognizione. Per fare questo mi servirò di un capitolo scritto da L.W. Barsalou sulla Situated conceptualization, che comparirà nel volume Foundations of embodied cognition (trovate il link al pdf qui sotto), nel quale l’Autore illustra tale differenza.

Cominciamo da un punto di vista storico. A partire dalla svolta cognitiva, le teorie della cognizione umana sono state dominate dal cosiddetto “modello a sandwich” (Hurley, 2001). Secondo questo modello, la cognizione sarebbe un insieme di processi collocati a metà tra la percezione e l’azione: percepisco un cucchiaio sul tavolo; l’informazione percettiva è trasmessa alla mia cognizione e così si attiva il concetto CUCCHIAIO, che è costituito da rappresentazioni differenti da quelle che sono state attivate durante la percezione; l’informazione cognitiva comunica al mio sistema motorio come interagire con l’oggetto percepito e quindi si traduce in un compito motorio.

Come nota Barsalou, i processi cognitivi così concepiti sono modulari: fanno parte di un modulo mentale separato dai sistemi percettivo e motorio e deve quindi essere studiato indipendentemente da questi.

Al contrario, la prospettiva della grounded cognition rifiuta questo “modello a sandwich”: per comprendere effettivamente il funzionamento della cognizione umana occorre tenere in considerazione – e includere nella nostra teoria – anche gli altri domini, superando così il vecchio modello modulare. In particolare, quattro sono i domini che devono essere inclusi:

a) I sistemi sensomotori: l’idea è che la cognizione umana si poggi sulle modalità costitutive della percezione, dell’azione e della propriocezione. Ciò vuol dire che, secondo questa prospettiva, i concetti sono costituiti da rappresentazioni modali (ossia codificate nelle specifiche modalità percettive o motorie).

b) Il corpo: la cognizione può spesso influenzare/essere influenzata da stati corporei o azioni fisiche (quando percepiamo degli oggetti, i nostri sistemi motori anticipano le azioni associate alle affordances dell’oggetto; o, ancora, vi sono stati corporei che influenzano stati cognitivi).

c) L’ambiente fisico: la cognizione dipende dall’ambiente fisico in cui siamo collocati e in cui sono collocati gli enti con cui interagiamo.

d) L’ambiente sociale: la cognizione dipende anche dall’ambiente sociale, in quanto nei processi cognitivi entrano in gioco le nostre rappresentazioni degli altri, delle loro menti e delle loro intenzioni.

 

Con le parole di Barsalou:

Thus, from the grounded perspective, cognition doesn’t simply reside in a set of cognitive mechanisms. Instead, cognition emerges from these mechanisms as they interact with sensory-motor systems, the body, the physical environment, and the social environment. Rather than being a module in the brain, cognition is an emergent set of phenomena that depend critically on all these domains, being distributed across them.
La prospettiva della embodied cognition risulta pertanto essere solo una componente (una parte) della grounded cognition, in quanto si concentra solo su uno dei quattro domini legati alla cognizione: quello corporeo. L’idea centrale della embodied cognition è che la cognizione umana dipenda e sia strettamente legata agli stati del nostro corpo. Tale prospettiva, tuttavia, trascura altri elementi che per la grounded cognition risultano essere altrettanto fondamentali: ossia, i sistemi sensomotori e l’ambiente fisico e sociale in cui siamo inseriti come individui dotati di una mente. L’embodied cognition risulta in conclusione essere “relatively narrow”, mentre la grounded cognition “acknowledges all the domains in which cognition is grounded and from which it emerges”.

 


Barsalou, L.W. (in press). Situated conceptualization: Theory and application. In Y. Coello & M. H. Fischer (Eds.), Foundations of embodied cognition. East Sussex, UK: Psychology Press.

Questa volta mi auto-recensisco.

Ebbene sì, è finalmente uscito il mio libro, dopo mesi e mesi – ma cosa dico? …anni! – di lavoro, revisione e risistemazione.

Il titolo è “Come comprendiamo le parole. Introduzione alla semantica lessicale” ed è edito da Mondadori Education.

Il libro – che è il frutto dell’elaborazione della mia tesi di dottorato in filosofia del linguaggio discussa all’Università di Torino nel 2011 – vuole essere un’introduzione alla semantica lessicale, ovvero a quella branca dello studio del significato che si concentra nello specifico sulle parole.

Per provare a trasmettere meglio qual è la questione centrale, provate a riflettere su ciò: voi state ora leggendo questo testo e non avete problemi a capire che cosa le parole ‘leggendo’, ‘questo’, ‘testo’ ecc. significano. Ciascuna di esse richiama alla vostra mente qualcosa, attivando dei contenuti. Ebbene, in che modo avviene ciò? e quali sono i contenuti che si attivano? e quali sono le rappresentazioni presenti nella nostra mente che ci permettono di capire le parole? Insomma: come comprendiamo le parole?

La mia ipotesi di risposta a questa domanda è articolata nelle 244 pagine del libro, che a sua volta è suddiviso in 5 capitoli.

Il primo capitolo è quello forse più filosofico e cerca di ricostruire storicamente l’evoluzione della semantica modellistica, sino a porne in luce alcune sue significative problematiche che riguardano proprio l’ambito della semantica lessicale. In questo capitolo difendo allora la tesi secondo cui è da preferire un approccio cognitivo allo studio della semantica (lessicale e non).

Il secondo capitolo amplia invece l’orizzonte, considerando teorie e dati che vengono, oltre che dalla filosofia, anche dalla linguistica, dalla psicolinguistica e dalla psicologia. In questa sezione ho cercato di chiarire che cosa siano i concetti e ho fatto ciò presentando la discussione tra chi sostiene che i concetti siano delle rappresentazioni mentali atomiche (ad es. Fodor) e chi sostiene invece che siano strutture di rappresentazioni. Propendendo per questa seconda soluzione, ho cercato quindi di formulare risposte alle critiche mosse dal fronte atomista, per difendere l’idea che i concetti sono composti, ovvero che sono strutture di rappresentazioni mentali.

Il terzo capitolo continua a occuparsi dei concetti come strutture complesse, ma lo fa soffermandosi sul lavoro di un autore che mi ha sempre molto affascinato: il linguista americano Ray Jackendoff. Jackendoff, tra le altre cose, difende la tesi secondo cui i concetti sono costituiti sia da rappresentazioni astratte/linguistiche sia da rappresentazioni percettive/motorie (per fare un esempio: il concetto CAVALLO sarà costituito da una serie di informazioni, come l’informazione che il cavallo è un animale, che è un mammifero ecc., le quali potranno essere rappresentate nella nostra mente con simboli pseudo-linguistici; ma sarà costituito anche da informazioni sull’aspetto fisico dei cavalli: informazioni che possono invece essere immagazzinate mentalmente per mezzo di rappresentazioni percettive).

Tale tesi per cui i concetti sono strutture mentali costituite da due tipi di rappresentazioni – una “proposizionale” e una percettivo/motoria – rispecchia i termini di un dibattito molto attuale e discusso in scienza cognitiva e, in particolare, nell’ambito della embodied cognition. Del dibattito emerso in questo ambito mi sono quindi occupato nel quarto capitolo, presentando e discutendo i dati, le ricerche e gli studi condotti negli ultimi tre decenni da neuroscienziati, linguisti, psicologi e filosofi.

La mia conclusione è quindi una teoria duale dei concetti, secondo la quale i concetti sono appunto strutture costituite da due tipi di rappresentazioni mentali – un tipo codificato in formato amodale e un tipo codificato in formato modale (percettivo e motorio) – i quali servono tra le altre cose da strutture di base per i processi di significazione lessicale.

Detto ciò, faccio fatica a pensare di potervi aver dato un quadro esaustivo del libro con queste poche righe, ma spero che qualcuno sarà invogliato a leggerlo. Nel caso lo leggeste spero possiate comunicarmi i vostri commenti (anche le critiche sono ben accette! Infatti, la ricerca deve essere sempre un continuo superamento di se stessa, sennò rimane puro dogmatismo e non serve più a nulla!!!)


Se volete acquistare il libro lo trovate qui:

Faschilli C., Come comprendiamo le parole, Mondadori Education, 2014.

 

03-HeisenbergTra le varie letture di quest’ultimo periodo mi è capitato di aprire il libro di Heisenberg intitolato Fisica e filosofia, nel quale un intero capitolo è dedicato al linguaggio. Scrivo questo post per condividere con voi un paio di passaggi che ho trovato molto interessanti.

Innanzitutto, bisogna dire che Heisenberg parla di linguaggio perché riconosce e si pone il problema di come poter esprimere in modo adeguato ciò che viene scoperto dai fisici contemporanei:

Anche per il fisico la descrizione nel linguaggio comune servirà come criterio per avere una chiara nozione di ciò che si è raggiunto. Entro quali limiti è possibile una tale descrizione? E’ possibile addirittura parlare dell’atomo? Si tratta d’un problema di linguaggio oltre che di fisica.

406px-Heisenberg_10La riflessione sul linguaggio è quindi necessaria anche per il fisico proprio perché il linguaggio è quel medium che permette a ogni essere umano – fisico, filosofo, chimico, psicologo che sia – di esprimere determinati concetti e pensieri; e di conseguenza teorie.

Un passaggio che però mi ha colpito particolarmente è quello in cui Heisenberg si sofferma sul linguaggio scientifico e sulle formulazioni logiche. Infatti, qui l’Autore si dedica a riflessioni molto interessanti per chi come me si occupa di filosofia del linguaggio; riflessioni che andrebbero considerate in particolare da chi difende un approccio non-cognitivista allo studio del linguaggio, ovvero un approccio tradizionale:

l’analisi logica del linguaggio contiene di nuovo il pericolo di una eccessiva semplificazione. Nella logica l’attenzione è tratta verso strutture particolarissime […] mentre tutte le altre strutture del linguaggio vengono trascurate. Queste altre strutture possono sorgere da associazioni tra certi significati delle parole; per esempio, un significato secondario d’una parola che attraversi solo vagamente la mente quando la parola viene udita può portare un contributo essenziale al contenuto di una frase. Il fatto che ogni parola può produrre molteplici movimenti, più o meno coscienti, nella nostra mente, può essere usato per rappresentare, attraverso il linguaggio, alcune parti della realtà molto più chiaramente di quanto non avvenga attraverso l’uso degli schemi logici. (p. 199)

Linguaggio e proprietà

nietOggi mi permetto di fare il filosofo continentale (ma non troppo).

Vorrei che consideraste la seguente citazione di Nietzsche:

Il diritto signorile di imporre nomi si estende così lontano che ci si potrebbe permettere di concepire l’origine stessa del linguaggio come un’estrinsecazione di potenza da parte di coloro che esercitano il dominio: costoro dicono “questo è questo e questo”, costoro impongono con una parola il suggello definitivo a ogni cosa e a ogni evento e in tal modo, per così dire, se ne appropriano. (Genealogia della morale, I, 2)

Il testo citato è inserito in una più ampia trattazione in cui si discute dell’origine genealogica della morale e, nello specifico, dei concetti di “bene” e “male” – ma non è di questo che intendo occuparmi ora.

Ciò su cui ho interesse a soffermarmi è la tesi secondo cui l’origine del linguaggio potrebbe essere descritta in termini di “appropriazione” di cose del mondo: le parole nascono e vengono utilizzate (inizialmente) al fine di impossessarsi e di fare propri certi oggetti. Imporre una parola come denotante qualcosa permetterebbe, in questo senso, di poter dire che quella cosa “è mia e non tua”, proprio perché quella cosa ha un nome e può essere denotata.

In sé, la tesi per cui l’origine del linguaggio sarebbe descrivibile in tali termini non mi pare che trovi – né che possa trovare – alcuna conferma. Come del resto è difficile trovare conferma per qualsiasi ipotesi avanzata al fine di rendere conto dell’origine del linguaggio naturale.

Tuttavia, trovo comunque interessante il legame che Nietzsche individua tra linguaggio e proprietà, e penso che sia questo il punto di forza della citazione. Non possiamo, infatti, negare la tesi secondo cui per dichiarare “nostra” una certa cosa dobbiamo prima essere in grado di riferirci a essa.

Ma direi di più: la proprietà in generale deve avere come suo presupposto la nostra capacità di categorizzazione e di concettualizzazione, ossia la capacità di selezionare/distinguere all’interno dell’esperienza sensoriale che continuamente facciamo certe entità, riconoscendole come appartenenti a una data categoria. Per poter dire “questa penna è mia”, il bambino deve essersi prima costruito il concetto di penna (o almeno deve possedere delle procedure mentali che gli permettano di riconoscere cos’è una penna, di riferirsi correttamente alle penne e di fare inferenze adeguate sulle penne). Se ne deve quindi in qualche modo essere “appropriato mentalmente”.

nietzscheIeri parlavo di filosofia del linguaggio con un amico. “Non hai altro di meglio di cui parlare con gli amici?” chiederete voi. Accetto l’osservazione, ma ve lo racconto comunque perché vorrei condividere una mia riflessione.

Il mio amico mi chiedeva in che cosa consistesse tale disciplina e io ho cercato di fornirgli una panoramica il più possibile esaustiva e chiara. Lo sforzo di formulare una risposta mi ha, tuttavia, spinto a fare una considerazione. Mi sono, infatti, reso conto che la mia prima reazione è stata quella di cominciare a parlargli dei primi filosofi del linguaggio, citando Frege, Wittgenstein, Russell e cercando di spiegargli come le loro idee si sono evolute nel corso del ‘900, lasciando via via il posto a teorie molto differenti tra loro, sino alle più recenti teorie cognitiviste.

Insomma, ciò che ho fatto – nel mio piccolo – è stato fargli un brevissimo e stringatissimo corso di filosofia del linguaggio, traendo ispirazione dalle lezioni seguite a suo tempo in università.

La mia riflessione in tutto ciò è stata la seguente. Prendiamo un qualsiasi manuale di filosofia del linguaggio, di quelli che usano i docenti universitari che insegnano la disciplina. Ci si rende subito conto che anch’essi subiscono la solita tendenza italiana allo storicismo: ovvero, presentano cronologicamente le diverse teorie che nel corso del ‘900 si sono succedute e, nella maggior parte dei casi, lasciano minimo spazio alle ricerche più attuali.

Parlo di “solita tendenza italiana allo storicismo” perché effettivamente in Italia sin dalle scuole superiori siamo abituati ad affrontare la filosofia esclusivamente (o in enorme parte) da un punto di vista puramente storico. Come se fare filosofia coincidesse necessariamente con fare storia della filosofia.

Ora, tornando alla filosofia del linguaggio, immagino che un’obiezione a quanto sto scrivendo potrebbe essere: “Ma studiare la storia delle teorie sul linguaggio è utile per comprendere le diverse posizioni e per capire come si è evoluto il pensiero filosofico in questo ambito; inoltre permette di aver chiare molte delle risposte che sono già state date a questioni importanti.”

Non metto in dubbio che la conoscenza di ciò che è stato detto da altri autori in passato – e soprattutto da importanti autori – sia utile per formarsi un quadro generale dei problemi; tuttavia, mi domando, non sarebbe meglio un approccio differente, che si soffermi sin da subito sulle teorie più recenti, prendendole come punto di partenza per rispondere alle questioni sollevate in passato? Perché mi pare che molto spesso si dia un enorme peso a – e si perda fin troppo tempo su – teorie ormai divenute obsolete, ma che continuano a polarizzare l’attenzione per il solo fatto che sono state in voga per molti anni in passato.

Non sarebbe quindi meglio adottare un approccio che parta dai problemi, dalle questioni cui si deve fornire una risposta, per poi studiare le possibili soluzioni (sia quelle già tentate sia le nuove ipotesi), in modo da stimolare la ricerca da parte degli studenti e dei giovani ricercatori? E’ così importante sapere che “Frege ha detto questo”, “Russell pensava quello”, “Wittgenstein propone la tale teoria”? o sarebbe preferibile tralasciare la storicizzazione della filosofia del linguaggio per dedicarsi piuttosto al suo sviluppo, al suo progresso?

Forse però ciò che sto dicendo dipende dal modo in cui io – personalmente – interpreto la filosofia del linguaggio. Perché io la considero una disciplina di ricerca, che deve porre domande e deve indagare al fine di trovare soluzioni valide e in linea con la ricerca scientifica a noi contemporanea. E non la considero invece come una disciplina antiquaria, che si rivolge al passato.

Forse a volte farebbe bene rispolverare Nietzsche e la sua seconda Inattuale… Ma già vedo molti storcere il naso e dire che Nietzsche è “filosofia continentale”…

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copj170.aspOggi vi presento un libro che ho trovato per caso nella sezione di linguistica di una libreria. Ciò che mi ha colpito da subito è stato l’accostamento tra retorica e pragmatica – poiché so qualcosa della seconda, ma so molto poco della prima. Vediamo cosa ne è emerso dalla lettura.

Cominciamo con una domanda: per quale ragione l’autrice ha posto in relazione tra loro proprio retorica e pragmatica linguistica?

La risposta è subito data: la pragmatica si occupa del “potere azionale del linguaggio”, ovvero del fatto che con il linguaggio non ci limitiamo a dire qualcosa, ma possiamo anche fare qualcosa (basti pensare che è anche grazie a espressioni linguistiche che si può sposare un’altra persona, dichiarare una guerra, perdonare qualcuno, ecc.).

La retorica dal canto suo è quella disciplina “che si occupa del discorso persuasivo, del discorso la cui azione è finalizzata alla persuasione”; insomma, alla retorica – considerata come teoria dell’argomentazione – compete un certo tipo di azioni che noi esseri umani compiamo attraverso l’uso del linguaggio. La retorica è quindi vista dall’autrice come “un settore della pragmatica”.

Il libro è suddiviso in due parti. Nella prima sezione, di carattere prevalentemente storico, l’autrice presenta le posizioni di alcuni filosofi/pensatori, che vengono visti come “i protagonisti del connubio” tra retorica e pragmatica: si tratta di Aristotele, Austin, Perelman e Grice. La ricostruzione storica del pensiero di questi tocca gli elementi centrali delle loro teorie, prestando sempre attenzione al rapporto retorica-pragmatica; inoltre l’esposizione spesso procede schematicamente e per punti e aiuta in questo modo la comprensione da parte di chi legge. Il testo, infatti, sembra essere stato scritto più che altro per fini didattici o comunque di ricerca in ambito universitario e non va confuso (come mi è capitato di notare da alcuni commenti trovati in rete) con un manuale di “buona argomentazione” per professionisti del foro.

La prima parte si conclude con una citazione di Claudia Caffi, che copio qui di seguito poiché riassume tutto ciò che l’autrice ha cercato di mostrare nelle pagine precedenti:

[Retorica e pragmatica] selezionano come campo di pertinenza la comunicazione felice, riuscita, efficace, attraverso la quale degli effetti, a vari livelli, sono prodotti e dei contesti sono cambiati. Inoltre, entrambe le discipline, a differenza dalla logica, sono centrate su ragionamenti probabilistici, così come su valori non vero-funzionali e su inferenze non necessarie. Entrambe le discipline, poi, vedono la comunicazione come un processo intrinsecamente manipolativo.

Ritengo interessante in particolare la segnalazione della lontananza sia della pragmatica sia della retorica dal metodo di studio del linguaggio che punta a soffermarsi sugli aspetti logici e vero-funzionali; metodo che è stato centrale in ambito filosofico sin da inizio Novecento, soprattutto per certi autori di cui già ho parlato in passato.

Passando poi alla seconda sezione del libro: è qui che Venier giunge infine al nucleo centrale della sua esposizione. L’autrice mostra, infatti, come i nodi su cui la retorica si articola – ovvero la triade “oratore, discorso e uditorio” – pongano tale disciplina in stretto rapporto con la pragmatica linguistica.

In conclusione, questo testo mi pare che si ponga come un tentativo di fornire nuovi spunti di riflessione sul linguaggio, accostando con motivazioni ponderate e fondate due discipline apparentemente lontane tra loro (una molto recente e una forte di una tradizione millenaria).


Venier F., Il potere del discorso, Carocci, 2008

embodied-cognitionVi segnalo il mio articolo dal titolo Quando comprendere è simulare, uscito qualche settimana fa sul sito de Il rasoio di Occam: potete leggerlo a questo indirizzo.

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