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Posts Tagged ‘Chomsky’

ChomskydanteOpera naturale è ch’uom favella;/
ma così o così, natura lascia/
poi fare a voi secondo che v’abbella.

(Paradiso, canto XXVI)

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CHOMSKY_nuovi1Riprendo la domanda con cui ho chiuso il primo post sulle “questioni di comunicazione”: come risponde la semantica cognitiva al problema della comunicazione?

La semantica cognitiva, infatti, ammette che i significati siano rappresentazioni mentali (almeno, ciò è quanto dicono buona parte degli autori di semantica cognitiva). Ma se quindi ciascuno di noi associa a una medesima parola una rappresentazione mentale, come possiamo essere certi di comprenderci l’un l’altro? chi ci assicura che ognuno di noi non stia associando alla parola ‘ombrello’ rappresentazioni mentali differenti tra loro? insomma, come garantire la comunicazione inter-soggettiva?

La soluzione ce la fornisce il più famoso linguista contemporaneo, Noam Chomsky, che anche se non è un semanticista cognitivista delinea la soluzione che viene ancora oggi proposta dai cognitivisti che tentano di fornire una risposta a tale questione. Chomsky scrive nel suo Nuovi orizzonti nello studio del linguaggio e della mente (ed. italiana 2000, pp. 85-86):

Che cosa dobbiamo dire dell'”idea di una struttura definita chiaramente condivisa da tutti e che verrebbe acquisita e applicata ai vari casi particolari da coloro che fanno uso del linguaggio”? […] Si è spesso sostenuto che nozioni come quella di “linguaggio pubblico” comune o quella di “significati pubblici” sono indispensabili per spiegare la possibilità della comunicazione o quella di “un patrimonio comune di pensieri”, nel senso di Frege. In altre parole, se Pietro e Maria non hanno un linguaggio condiviso con significati condivisi e riferimento condiviso, come potrebbe Pietro comprendere quello che Maria dice? (E’ interessante che nessuno tragga conclusioni analoghe per quanto riguarda “la pronuncia pubblica”). […]

Il successo della comunicazione fra Pietro e Maria non implica l’esistenza di significati condivisi o di pronunce condivise in un linguaggio pubblico. […] Può darsi che quando ascolta Maria parlare Pietro proceda supponendo che Maria sia identica a lui, eccezion fatta per M, una lista di modificazioni che Pietro deve in qualche modo ricostruire. Qualche volta l’impresa è facile, qualche volta difficile, qualche volta impossibile. Per ricostruire M Pietro userà ogni mezzo disponibile, per quanto gran parte di tale processo risulti senza dubbio automatica e inconsapevole. […] Se riuscirà nell’esecuzione di questi compiti, comprenderà quanto Maria dice come equivalente a quanto lui stesso esprimerebbe con un’espressione analoga a quella usata da Maria.


Aggiungo altre due righe chiarificatrici a quanto già detto:

le semantiche di tipo cognitivo (insomma quelle teorie che cercano di fornire una descrizione del significato linguistico facendo appello a ciò che accade nella nostra mente) sono solite rispondere alle critiche antipsicologiste di Frege dicendo che noi possiamo tranquillamente descrivere i significati come rappresentazioni mentali soggettive. Il problema di Frege era: come possiamo essere sicuri che ognuno di noi associa la stessa rappresentazione mentale alla medesima parola? e se non possiamo essere sicuri di questo, come possiamo sapere che quando usiamo quella parola ci stiamo effettivamente capendo?

La risposta appunto consiste nel far notare che le strutture cognitive che vengono coinvolte durante i processi di comprensione e di produzione linguistica sono strutture simili tra i vari parlanti. Noi esseri umani condividiamo, infatti, un’organizzazione della mente molto simile e questo potrebbe assicurarci che quando usiamo la parola ‘ombrello’ stiamo con buona approssimazione associando a questo termine le medesime strutture e rappresentazioni cerebrali.

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Lo so, non sto aggiornando questo blog da un po’ di tempo, ma sto ancora aspettando di inizare le mie vacanze estive e il tempo per scrivere qui per adesso è poco. Però prometto che nei prossimi mesi riprenderò a pubblicare!!

Nel frattempo mi è sembrato inevitabile comunicarvi questo grande evento previsto per il 15 settembre 2012 allo IUSS di Pavia, nell’Aula Magna alle ore 10:00. Noam Chomsky terrà una prolusione di apertura del nuovo anno accademico dal titolo “Language and Limits of Understanding”.

Mi pare sia un evendo da non perdere per chi si interessi di linguistica! La partecipazione è aperta al pubblico, quindi se abitate in zona vedete di non mancare.

Come detto, la conferenza si terrà nell’Aula Magna, Palazzo del Broletto, Piazza della Vittoria, 1 (Pavia).

Per maggiori informazioni visitate il sito www.iusspavia.it oppure consultate la locandina ufficiale.

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Il libro che vi presento oggi appartiene alla collana “Bibliotheca” della casa editrice Raffaello Cortina. Il titolo è Filosofia del linguaggio (come spesso accade tra i libri di cui ho parlato in questo blog) e si tratta di una interessante e utile antologia di testi, appartenenti alla tradizione novecentesca della filosofia analitica del linguaggio.

I curatori sono importanti docenti italiani, tra cui Paolo Casalegno, Pasquale Frascolla, Andrea Iacona, Elisa Paganini e Marco Santambrogio.

I testi antologizzati consentono al lettore di farsi un’idea (e non poco approfondita) sulle principali questioni e problematiche inerenti al linguaggio umano, su cui si è dibattuto negli ultimi decenni in ambito analitico. Ogni testo è preceduto da una introduzione dei curatori, in cui è presentato il pensiero dell’autore, il contesto culturale e i concetti chiave che emergono dalla sua opera.

Apre il classico Senso e significato di Gottlob Frege (di cui avevo già parlato qui), seguono quindi

  • Le descrizioni di Bertrand Russell (testo che tratta delle descrizioni definite),
  • Significato, uso, comprensione di Ludwig Wittgenstein (tratto dalle sue Ricerche filosofiche del 1953),
  • Due dogmi dell’empirismo e Relatività ontologica di Willard Van Orman Quine,
  • Nomi e riferimento di Saul Kripke,
  • Significato, riferimento e stereotipi di Hilary Putnam,
  • Interpretazione radicale di Donald Davidson,
  • Logica e conversazione di Paul Grice,
  • Dispute metafisiche intorno al realismo, di Michael Dummett,
  • e si conclude con l’interessante Linguaggio e natura, di Noam Chomsky.

AA.VV., Filosofia del linguaggio, Cortina, 2003.

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Mi capita spesso di trovare su youtube alcuni video di Noam Chomsky, il grande linguista statunitense, fondatore della Grammatica Generativa.

Molti di questi video riguardano tematiche politiche (Chomsky è molto attivo politicamente negli USA e temo che sia conosciuto dagli statunitensi soprattutto per questa sua attività, piuttosto che per la ricerca in linguistica).

Ma alcuni video sono delle brevi presentazioni che hanno come oggetto proprio il linguaggio naturale. Per chi non avesse ancora avuto il piacere di vedernli, ve ne segnalo qui di seguito un paio:

Quello che segue è invece un video con una serie di domande e risposte su questioni interenti alla Grammatica Universale:

Quest’ultimo invece è tratto da una conferenza tenuta all’università di Colonia su “Linguaggio e altre Scienze Cognitive” (la durata è di un’ora e mezza, ma se avete un po’ di tempo da dedicargli è molto interessante):

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Una questione molto dibattuta nella linguistica contemporanea è quella dell’innatismo.

Quando nasciamo siamo come delle tabule rase – dovendo quindi apprendere tutto quello che concerne il linguaggio tramite l’esperienza esterna (ad esempio dai nostri genitori, dagli insegnanti) – oppure vi è già qualcosa nella nostra mente che ci permette di apprendere il linguaggio e che in qualche modo gli dà forma? Insomma, un bambino impara una lingua esclusivamente sentendola parlare dagli adulti, oppure possiede (oltre a questa esposizione all’esperienza) anche una base già presente e quindi innata, grazie alla quale la conoscenza della lingua prende forma?

Il principale sostenitore dell’innatismo è Noam Chomsky, il padre della linguistica contemporanea. La sua idea, infatti, è che vi siano dei principi comuni a tutte le lingue parlate dagli esseri umani, presenti sin dalla nascita in ognuno di noi, grazie ai quali è reso possibile l’apprendimento di una qualsiasi lingua.

Le ragioni teoriche che hanno portato a sostenere tale tesi sono molteplici. Quello di cui vi voglio parlare ora però è un caso concreto, che sembra portare acqua al mulino dei sostenitori dell’innatismo. Si tratta del fenomeno della creolizzazione.

Durante i periodi di espansione coloniale delle potenze europee, i commercianti si trovarono di fronte alla necessità di comunicare con gli abitanti nativi dei territori colonizzati. Ciò che ne emerse fu l’affermarsi di una proto-lingua molto semplificata e priva di grammatica, che consentiva le principali trattative, permettendo la comunicazione con la gente del posto. Si trattava dei cosiddetti linguaggi pidgin.

Un esempio è quello del pidgin delle Hawaii, dove per dire la frase “l’uomo è buono” si usava la forma pidgin “good, da man”, simile all’inglese “the man is good”, ma priva di articoli e tempi verbali.

Ciò che è interessante per i sostenitori dell’innatismo è quanto avvenne quando i figli dei nativi cominciarono ad apprendere il pidgin come loro prima lingua, nativizzandolo. Ciò che si osservò fu una spontanea complicazione della lingua: i bambini (esposti a una proto-lingua, priva di grammatica) finivano per parlare una lingua vera e propria, dotata di grammatica, definita lingua creola. Da dove avevano imparato come aggiungere aspetti grammaticali, come tempi verbali e articoli? Di certo non da input esterni, poiché gli adulti parlavano il solo pidgin.

La conclusione è che nel cervello dei bambini siano già presenti delle regole, dei principi innati, che regolano l’apprendimento del linguaggio, e che quando sono esposti a forme semplificate come il pidgin, agiscono complicandolo e dando vita ad una lingua vera e propria.

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