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Posts Tagged ‘filosofia del linguaggio’

1120-9550Negli ultimi anni Anna Maria Borghi e Felice Cimatti hanno proposto un’estensione alle teorie embodied della comprensione linguistica, al fine di tener conto anche degli aspetti normativi e sociali del linguaggio (cosa che le teorie embodied classiche non fanno: potete trovare altri post su questo argomento qui).

Tale proposta si è concentrata con particolare attenzione sulla spiegazione delle parole astratte, rifiutando l’esistenza di simboli amodali nella nostra mente e difendendo invece una posizione totalmente embodied.

In un mio recente articolo, pubblicato su Sistemi Intelligenti (lo potete consultare integralmente qui), ho cercato di ricostruire l’argomentazione di questi due autori, attraverso un’analisi delle loro pubblicazioni principali. Di questa loro teoria ho cercato di mettere in luce i punti di forza, ma anche i passaggi caratterizzati da criticità. Nello specifico, ho cercato di mostrare come sia a mio parere possibile difendere la presenza e il ruolo delle rappresentazioni modali nei processi di comprensione del linguaggio – ritenendo che sia un errore confondere la distinzione tra rappresentazioni modali e amodali con la distinzione tra parole concrete e astratte.

Vi riporto qui di seguito la parte introduttiva dell’articolo:

Secondo le più recenti teorie della cognizione incarnata (o embodied cognition) la comprensione di un’espressione linguistica richiederebbe la riattivazione delle aree sensomotorie del nostro cervello. È stato, infatti, osservato che quando sentiamo parlare di un oggetto si riattivano le stesse aree cerebrali coinvolte nella percezione di tale oggetto, e che quando sentiamo parlare di un’azione si riattivano le aree attive durante lo svolgimento di tale azione o durante il riconoscimento della medesima azione compiuta da altri individui. Declinando queste osservazioni su un piano cognitivo, è possibile affermare che la comprensione linguistica sia una forma di simulazione degli stati percettivi e motori intercorsi durante l’esperienza diretta di un oggetto o di un’azione. Si parla a tal proposito di teoria simulativa della comprensione linguistica – da qui in poi TSCL (si vedano a riguardo Barsalou 1999, Simmons e Barsalou 2003, Gallese e Lakoff 2005, Prinz 2005, Bergen 2007, Kemmerer 2010, Paternoster 2010).

Tale teoria può risultare molto convincente se viene applicata a categorie di oggetti concreti come lo sono le chitarre, i cani e i tavoli, o ad azioni come camminare, mangiare e correre. Per esempio, si può sostenere che la comprensione della parola ‘chitarra’ comporti la riattivazione delle aree cerebrali normalmente attive quando percepiamo visivamente una chitarra o quando percepiamo uditivamente il suono emesso dalle sue corde o quando, ancora, agiamo su di essa per suonarla; detto altrimenti, comprendiamo la parola ‘chitarra’ grazie al fatto che il nostro cervello simula le esperienze percettive/motorie che abbiamo finora avuto delle chitarre.

La teoria simulativa, tuttavia, può suscitare qualche dubbio nel momento in cui si cerca di estenderla e di applicarla alla comprensione delle cosiddette parole astratte – parole come ‘dogma’, ‘giustizia’, ‘falsità’, ‘onnipotenza’, ‘funzione’, ‘conseguentemente’, ‘emancipare’ – le quali non corrispondono evidentemente a oggetti concreti percepibili. Ebbene, la questione di come descrivere le parole astratte in termini di simulazione di esperienze percettive e/o motorie costituisce a oggi uno dei principali problemi cui le teorie embodied cercano di trovare una risposta (cfr. Barsalou 2010, Borghi e Pecher 2011, Kiefer e Pulvermüller 2012).

Con l’intento di delineare una soluzione a tale problema, alcuni esponenti della TSCL hanno sostenuto che per rendere conto dei contenuti semantici delle parole astratte non sia possibile fare affidamento unicamente a rappresentazioni fondate sul sistema sensomotorio (ossia a rappresentazioni modali), ma sarebbe invece opportuno postulare la presenza anche di rappresentazioni amodali, suggerendo perciò una versione “moderata” della TSCL – versione che ammette dunque un duplice formato, sia modale che amodale, di rappresentazione cognitiva (cfr. per esempio Paternoster 2010, Faschilli 2014, Dove 2011).

La maggior parte dei sostenitori della TSCL, tuttavia, ha optato per una versione puramente embodied della teoria, affermando che il contenuto di una qualsiasi espressione linguistica debba essere descritto esclusivamente in termini di rappresentazioni modali – e impegnandosi al tempo stesso a formulare soluzioni ad hoc per affrontare il problema delle parole astratte (per una rassegna di tali soluzioni si veda Faschilli 2014, 203; ma anche Liuzza, Cimatti, Borghi 2010, 25; oppure Borghi e Cimatti 2009, 2306; Liuzza, Borghi, Cimatti 2012, 49).

La teoria che Anna Maria Borghi e Felice Cimatti hanno avanzato in alcuni loro recenti lavori rientra a pieno titolo in questa ultima soluzione citata. Con la loro proposta, infatti, gli Autori hanno cercato di fornire una risposta puramente “incarnata” al problema delle parole astratte, rifiutando di dover postulare l’esistenza di “simboli amodali” che ne determinino il contenuto semantico. Nello specifico, hanno proposto un’estensione della teoria embodied della comprensione linguistica, secondo la quale la comprensione si fonderebbe sia su processi sensomotori che sull’esperienza sociale – dove però quest’ultima deve essere a sua volta concepita come un’esperienza embodied (ovvero costituita da rappresentazioni mentali modali). Nessuno spazio è stato dunque concesso a rappresentazioni non modali.

 

L’intento del presente articolo è quello di ricostruire, analizzare e discutere l’interessante proposta avanzata da Borghi e Cimatti. Il secondo paragrafo sarà appunto dedicato a esporre la soluzione ideata dagli Autori al problema delle parole astratte. Consapevole che in ogni tentativo di ricostruzione del pensiero altrui ci si espone al rischio di fraintendere le affermazioni originarie, cercherò di limitare tale rischio servendomi di frequenti riferimenti ai loro scritti. Ritengo inoltre che così facendo l’esposizione potrà essere il più possibile completa e analitica.

Il terzo paragrafo sarà invece dedicato alla discussione della teoria. Innanzitutto mi soffermerò sulle conferme sperimentali ricevute e quindi passerò a considerare i suoi principali pregi, sottolineando il contributo che essa può fornire alla ricerca sulla comprensione linguistica. Successivamente mi concentrerò, tuttavia, su quelli che ritengo essere alcuni suoi elementi di criticità: questi mi porteranno a sostenere che vi può essere ancora spazio per una teoria più “moderata” rispetto a quella di Borghi e Cimatti, ossia che si possa ammettere la presenza anche di rappresentazioni amodali, oltre alle rappresentazioni modali, nei processi di comprensione delle parole – e questo a prescindere che si tratti di parole astratte o concrete.

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People chat as they sit at a marketplace in the Old Sanaa city

Oggi voglio consigliarvi la lettura di un interessante articolo uscito di recente sul numero 1142 (26 febbraio 2016) della rivista Internazionale.

L’articolo su Internazionale è una traduzione italiana dell’originale pubblicato su The Atlantic dall’autore Ed Yong (potete trovare l’originale qui).

Ve ne riporto la parte iniziale:

Una delle principali abilità umane si manifesta nella conversazione. Non tanto in quello che diciamo, quanto nei silenzi o intervalli tra la fine delle nostre parole e l’inizio di quelle degli altri. Nelle conversazioni si parla a turno e il “diritto” di parola rimbalza avanti e indietro. Questo pingpong verbale ci è così familiare che non ci facciamo caso. In media ogni turno dura circa due secondi e l’intervallo è di appena duecento millisecondi, un tempo a malapena sufficiente per pronunciare una sillaba. E’ un dato che si ritrova, con lievi variazioni, in tutte le culture, anche nelle conversazioni in lingua dei segni.

“Si tratta del tempo minimo di reazione umana”, spiega Stephen Levinson dell’istituto di psicolinguistica Max Planck. E’ quello impiegato dai corridori per reagire allo sparo d’inizio, che è un segnale semplice. Se agli atleti fosse data un’alternativa (correre con il verde e restare fermi con il rosso) ci metterebbero di più a reagire. In una conversazione si possono avere più reazioni possibili e i silenzi tra i turni dovrebbero essere più lunghi. Ma non è così, perché prepariamo la nostra reazione quando l’altra persona sta parlando. Mentre ascoltiamo le sue parole, infatti, formiamo le nostre, in modo da poter interloquire con la maggiore velocità fisicamente possibile. “Se si tiene conto della complessità di quello che succede in quei brevi turni, si capisce quanto un simile comportamento sia unico”, dice Levinson.

Gli esperti di analisi della conversazione cominciarono a notare la rapida successione dei turni negli anni settanta, ma non avevano né l’interesse a quantificare le pause né gli strumenti per farlo. Levinson disponeva di entrambi. Alcuni anni fa la sua équipe ha deciso di videoregistrare chiacchierate informali. “Quando vedevo due persone sedute all’aperto gli chiedevo se potevo riprenderle con la videocamera per uno studio”, racconta la ricercatrice Tanya Stivers.

Mentre lei registrava gli statunitensi, i colleghi facevano lo stesso in giro per il mondo riprendendo conversazioni in italiano, olandese, danese, giapponese, coreano, laotiano, yeli-dnye (Papua Nuova Guinea), akhoe haiom (Namibia) e tzeltal (una lingua maya del Messico). Anche se lo scarto grammaticale e culturale tra queste dieci lingue era enorme, sono state individuate più analogie che differenze. L’intervallo medio è risultato di duecento millisecondi, con un picco di 470 nel caso dei danesi e un minimo di sette tra i giapponesi.

Le differenze quindi ci sono, ma sono trascurabili soprattutto se paragonate agli stereotipi culturali. Ci sono molti aneddoti sulle lunghe pause degli scandinavi e la sovrapposizione dei turni degli ebrei di New York. Stivers e i suoi colleghi, però, non ne hanno trovato conferma nelle loro ricerche. Hanno invece scoperto quello che Levinson definisce il “metabolismo di base della vita sociale”, cioè la tendenza universale a ridurre al minimo il silenzio fra i turni, senza sovrapposizioni (che sono avvenute solo nel 17 per cento dei casi, in genere avevano una durata di appena cento millisecondi ed erano perlopiù colpi a vuoto in cui un parlante prolungava inaspettatamente l’ultima sillaba).

E ancora sulle pause:

La brevità dei silenzi è ancora più strabiliante se si pensa che occorrono almeno seicento millisecondi per recuperare una parola dalla memoria e prepararci a dirla. Il tempo di elaborazione nel caso di una breve frase sale a 1.500 millisecondi. Significa quindi che dobbiamo cominciare a pianificare la reazione nel bel mezzo del turno altrui aggrappandoci a ogni elemento, dagli spunti grammaticali ai cambiamenti di tono. Mentre prevediamo cosa conterrà la parte finale di una frase, costruiamo l’ipotetica replica, ricorrendo in gran parte agli stessi circuiti neuronali.

I pessimisti potrebbero vederci la dimostrazione che passiamo la maggior parte del tempo di “ascolto” a preparare quello che diremo noi. Ma lo studio dimostra invece che perfino chi ha il vizio cronico d’interrompere ascolta davvero. E ovviamente, quando serve possiamo ritoccare la durata dei silenzi. “Non si reagisce sempre in fretta”, spiega Stivers, ora all’università della California di Los Angeles. “Invitare qualcuno al cinema e sentirsi rispondere subito di no non è piacevole. Meglio fare una pausa. E forse aggiungere: ‘Magari un’altra volta?’. Siamo piuttosto bravi a regolarci”.

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Questa volta mi auto-recensisco.

Ebbene sì, è finalmente uscito il mio libro, dopo mesi e mesi – ma cosa dico? …anni! – di lavoro, revisione e risistemazione.

Il titolo è “Come comprendiamo le parole. Introduzione alla semantica lessicale” ed è edito da Mondadori Education.

Il libro – che è il frutto dell’elaborazione della mia tesi di dottorato in filosofia del linguaggio discussa all’Università di Torino nel 2011 – vuole essere un’introduzione alla semantica lessicale, ovvero a quella branca dello studio del significato che si concentra nello specifico sulle parole.

Per provare a trasmettere meglio qual è la questione centrale, provate a riflettere su ciò: voi state ora leggendo questo testo e non avete problemi a capire che cosa le parole ‘leggendo’, ‘questo’, ‘testo’ ecc. significano. Ciascuna di esse richiama alla vostra mente qualcosa, attivando dei contenuti. Ebbene, in che modo avviene ciò? e quali sono i contenuti che si attivano? e quali sono le rappresentazioni presenti nella nostra mente che ci permettono di capire le parole? Insomma: come comprendiamo le parole?

La mia ipotesi di risposta a questa domanda è articolata nelle 244 pagine del libro, che a sua volta è suddiviso in 5 capitoli.

Il primo capitolo è quello forse più filosofico e cerca di ricostruire storicamente l’evoluzione della semantica modellistica, sino a porne in luce alcune sue significative problematiche che riguardano proprio l’ambito della semantica lessicale. In questo capitolo difendo allora la tesi secondo cui è da preferire un approccio cognitivo allo studio della semantica (lessicale e non).

Il secondo capitolo amplia invece l’orizzonte, considerando teorie e dati che vengono, oltre che dalla filosofia, anche dalla linguistica, dalla psicolinguistica e dalla psicologia. In questa sezione ho cercato di chiarire che cosa siano i concetti e ho fatto ciò presentando la discussione tra chi sostiene che i concetti siano delle rappresentazioni mentali atomiche (ad es. Fodor) e chi sostiene invece che siano strutture di rappresentazioni. Propendendo per questa seconda soluzione, ho cercato quindi di formulare risposte alle critiche mosse dal fronte atomista, per difendere l’idea che i concetti sono composti, ovvero che sono strutture di rappresentazioni mentali.

Il terzo capitolo continua a occuparsi dei concetti come strutture complesse, ma lo fa soffermandosi sul lavoro di un autore che mi ha sempre molto affascinato: il linguista americano Ray Jackendoff. Jackendoff, tra le altre cose, difende la tesi secondo cui i concetti sono costituiti sia da rappresentazioni astratte/linguistiche sia da rappresentazioni percettive/motorie (per fare un esempio: il concetto CAVALLO sarà costituito da una serie di informazioni, come l’informazione che il cavallo è un animale, che è un mammifero ecc., le quali potranno essere rappresentate nella nostra mente con simboli pseudo-linguistici; ma sarà costituito anche da informazioni sull’aspetto fisico dei cavalli: informazioni che possono invece essere immagazzinate mentalmente per mezzo di rappresentazioni percettive).

Tale tesi per cui i concetti sono strutture mentali costituite da due tipi di rappresentazioni – una “proposizionale” e una percettivo/motoria – rispecchia i termini di un dibattito molto attuale e discusso in scienza cognitiva e, in particolare, nell’ambito della embodied cognition. Del dibattito emerso in questo ambito mi sono quindi occupato nel quarto capitolo, presentando e discutendo i dati, le ricerche e gli studi condotti negli ultimi tre decenni da neuroscienziati, linguisti, psicologi e filosofi.

La mia conclusione è quindi una teoria duale dei concetti, secondo la quale i concetti sono appunto strutture costituite da due tipi di rappresentazioni mentali – un tipo codificato in formato amodale e un tipo codificato in formato modale (percettivo e motorio) – i quali servono tra le altre cose da strutture di base per i processi di significazione lessicale.

Detto ciò, faccio fatica a pensare di potervi aver dato un quadro esaustivo del libro con queste poche righe, ma spero che qualcuno sarà invogliato a leggerlo. Nel caso lo leggeste spero possiate comunicarmi i vostri commenti (anche le critiche sono ben accette! Infatti, la ricerca deve essere sempre un continuo superamento di se stessa, sennò rimane puro dogmatismo e non serve più a nulla!!!)


Se volete acquistare il libro lo trovate qui:

Faschilli C., Come comprendiamo le parole, Mondadori Education, 2014.

 

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03-HeisenbergTra le varie letture di quest’ultimo periodo mi è capitato di aprire il libro di Heisenberg intitolato Fisica e filosofia, nel quale un intero capitolo è dedicato al linguaggio. Scrivo questo post per condividere con voi un paio di passaggi che ho trovato molto interessanti.

Innanzitutto, bisogna dire che Heisenberg parla di linguaggio perché riconosce e si pone il problema di come poter esprimere in modo adeguato ciò che viene scoperto dai fisici contemporanei:

Anche per il fisico la descrizione nel linguaggio comune servirà come criterio per avere una chiara nozione di ciò che si è raggiunto. Entro quali limiti è possibile una tale descrizione? E’ possibile addirittura parlare dell’atomo? Si tratta d’un problema di linguaggio oltre che di fisica.

406px-Heisenberg_10La riflessione sul linguaggio è quindi necessaria anche per il fisico proprio perché il linguaggio è quel medium che permette a ogni essere umano – fisico, filosofo, chimico, psicologo che sia – di esprimere determinati concetti e pensieri; e di conseguenza teorie.

Un passaggio che però mi ha colpito particolarmente è quello in cui Heisenberg si sofferma sul linguaggio scientifico e sulle formulazioni logiche. Infatti, qui l’Autore si dedica a riflessioni molto interessanti per chi come me si occupa di filosofia del linguaggio; riflessioni che andrebbero considerate in particolare da chi difende un approccio non-cognitivista allo studio del linguaggio, ovvero un approccio tradizionale:

l’analisi logica del linguaggio contiene di nuovo il pericolo di una eccessiva semplificazione. Nella logica l’attenzione è tratta verso strutture particolarissime […] mentre tutte le altre strutture del linguaggio vengono trascurate. Queste altre strutture possono sorgere da associazioni tra certi significati delle parole; per esempio, un significato secondario d’una parola che attraversi solo vagamente la mente quando la parola viene udita può portare un contributo essenziale al contenuto di una frase. Il fatto che ogni parola può produrre molteplici movimenti, più o meno coscienti, nella nostra mente, può essere usato per rappresentare, attraverso il linguaggio, alcune parti della realtà molto più chiaramente di quanto non avvenga attraverso l’uso degli schemi logici. (p. 199)

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nietzscheIeri parlavo di filosofia del linguaggio con un amico. “Non hai altro di meglio di cui parlare con gli amici?” chiederete voi. Accetto l’osservazione, ma ve lo racconto comunque perché vorrei condividere una mia riflessione.

Il mio amico mi chiedeva in che cosa consistesse tale disciplina e io ho cercato di fornirgli una panoramica il più possibile esaustiva e chiara. Lo sforzo di formulare una risposta mi ha, tuttavia, spinto a fare una considerazione. Mi sono, infatti, reso conto che la mia prima reazione è stata quella di cominciare a parlargli dei primi filosofi del linguaggio, citando Frege, Wittgenstein, Russell e cercando di spiegargli come le loro idee si sono evolute nel corso del ‘900, lasciando via via il posto a teorie molto differenti tra loro, sino alle più recenti teorie cognitiviste.

Insomma, ciò che ho fatto – nel mio piccolo – è stato fargli un brevissimo e stringatissimo corso di filosofia del linguaggio, traendo ispirazione dalle lezioni seguite a suo tempo in università.

La mia riflessione in tutto ciò è stata la seguente. Prendiamo un qualsiasi manuale di filosofia del linguaggio, di quelli che usano i docenti universitari che insegnano la disciplina. Ci si rende subito conto che anch’essi subiscono la solita tendenza italiana allo storicismo: ovvero, presentano cronologicamente le diverse teorie che nel corso del ‘900 si sono succedute e, nella maggior parte dei casi, lasciano minimo spazio alle ricerche più attuali.

Parlo di “solita tendenza italiana allo storicismo” perché effettivamente in Italia sin dalle scuole superiori siamo abituati ad affrontare la filosofia esclusivamente (o in enorme parte) da un punto di vista puramente storico. Come se fare filosofia coincidesse necessariamente con fare storia della filosofia.

Ora, tornando alla filosofia del linguaggio, immagino che un’obiezione a quanto sto scrivendo potrebbe essere: “Ma studiare la storia delle teorie sul linguaggio è utile per comprendere le diverse posizioni e per capire come si è evoluto il pensiero filosofico in questo ambito; inoltre permette di aver chiare molte delle risposte che sono già state date a questioni importanti.”

Non metto in dubbio che la conoscenza di ciò che è stato detto da altri autori in passato – e soprattutto da importanti autori – sia utile per formarsi un quadro generale dei problemi; tuttavia, mi domando, non sarebbe meglio un approccio differente, che si soffermi sin da subito sulle teorie più recenti, prendendole come punto di partenza per rispondere alle questioni sollevate in passato? Perché mi pare che molto spesso si dia un enorme peso a – e si perda fin troppo tempo su – teorie ormai divenute obsolete, ma che continuano a polarizzare l’attenzione per il solo fatto che sono state in voga per molti anni in passato.

Non sarebbe quindi meglio adottare un approccio che parta dai problemi, dalle questioni cui si deve fornire una risposta, per poi studiare le possibili soluzioni (sia quelle già tentate sia le nuove ipotesi), in modo da stimolare la ricerca da parte degli studenti e dei giovani ricercatori? E’ così importante sapere che “Frege ha detto questo”, “Russell pensava quello”, “Wittgenstein propone la tale teoria”? o sarebbe preferibile tralasciare la storicizzazione della filosofia del linguaggio per dedicarsi piuttosto al suo sviluppo, al suo progresso?

Forse però ciò che sto dicendo dipende dal modo in cui io – personalmente – interpreto la filosofia del linguaggio. Perché io la considero una disciplina di ricerca, che deve porre domande e deve indagare al fine di trovare soluzioni valide e in linea con la ricerca scientifica a noi contemporanea. E non la considero invece come una disciplina antiquaria, che si rivolge al passato.

Forse a volte farebbe bene rispolverare Nietzsche e la sua seconda Inattuale… Ma già vedo molti storcere il naso e dire che Nietzsche è “filosofia continentale”…

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copj170.aspOggi vi presento un libro che ho trovato per caso nella sezione di linguistica di una libreria. Ciò che mi ha colpito da subito è stato l’accostamento tra retorica e pragmatica – poiché so qualcosa della seconda, ma so molto poco della prima. Vediamo cosa ne è emerso dalla lettura.

Cominciamo con una domanda: per quale ragione l’autrice ha posto in relazione tra loro proprio retorica e pragmatica linguistica?

La risposta è subito data: la pragmatica si occupa del “potere azionale del linguaggio”, ovvero del fatto che con il linguaggio non ci limitiamo a dire qualcosa, ma possiamo anche fare qualcosa (basti pensare che è anche grazie a espressioni linguistiche che si può sposare un’altra persona, dichiarare una guerra, perdonare qualcuno, ecc.).

La retorica dal canto suo è quella disciplina “che si occupa del discorso persuasivo, del discorso la cui azione è finalizzata alla persuasione”; insomma, alla retorica – considerata come teoria dell’argomentazione – compete un certo tipo di azioni che noi esseri umani compiamo attraverso l’uso del linguaggio. La retorica è quindi vista dall’autrice come “un settore della pragmatica”.

Il libro è suddiviso in due parti. Nella prima sezione, di carattere prevalentemente storico, l’autrice presenta le posizioni di alcuni filosofi/pensatori, che vengono visti come “i protagonisti del connubio” tra retorica e pragmatica: si tratta di Aristotele, Austin, Perelman e Grice. La ricostruzione storica del pensiero di questi tocca gli elementi centrali delle loro teorie, prestando sempre attenzione al rapporto retorica-pragmatica; inoltre l’esposizione spesso procede schematicamente e per punti e aiuta in questo modo la comprensione da parte di chi legge. Il testo, infatti, sembra essere stato scritto più che altro per fini didattici o comunque di ricerca in ambito universitario e non va confuso (come mi è capitato di notare da alcuni commenti trovati in rete) con un manuale di “buona argomentazione” per professionisti del foro.

La prima parte si conclude con una citazione di Claudia Caffi, che copio qui di seguito poiché riassume tutto ciò che l’autrice ha cercato di mostrare nelle pagine precedenti:

[Retorica e pragmatica] selezionano come campo di pertinenza la comunicazione felice, riuscita, efficace, attraverso la quale degli effetti, a vari livelli, sono prodotti e dei contesti sono cambiati. Inoltre, entrambe le discipline, a differenza dalla logica, sono centrate su ragionamenti probabilistici, così come su valori non vero-funzionali e su inferenze non necessarie. Entrambe le discipline, poi, vedono la comunicazione come un processo intrinsecamente manipolativo.

Ritengo interessante in particolare la segnalazione della lontananza sia della pragmatica sia della retorica dal metodo di studio del linguaggio che punta a soffermarsi sugli aspetti logici e vero-funzionali; metodo che è stato centrale in ambito filosofico sin da inizio Novecento, soprattutto per certi autori di cui già ho parlato in passato.

Passando poi alla seconda sezione del libro: è qui che Venier giunge infine al nucleo centrale della sua esposizione. L’autrice mostra, infatti, come i nodi su cui la retorica si articola – ovvero la triade “oratore, discorso e uditorio” – pongano tale disciplina in stretto rapporto con la pragmatica linguistica.

In conclusione, questo testo mi pare che si ponga come un tentativo di fornire nuovi spunti di riflessione sul linguaggio, accostando con motivazioni ponderate e fondate due discipline apparentemente lontane tra loro (una molto recente e una forte di una tradizione millenaria).


Venier F., Il potere del discorso, Carocci, 2008

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CHOMSKY_nuovi1Riprendo la domanda con cui ho chiuso il primo post sulle “questioni di comunicazione”: come risponde la semantica cognitiva al problema della comunicazione?

La semantica cognitiva, infatti, ammette che i significati siano rappresentazioni mentali (almeno, ciò è quanto dicono buona parte degli autori di semantica cognitiva). Ma se quindi ciascuno di noi associa a una medesima parola una rappresentazione mentale, come possiamo essere certi di comprenderci l’un l’altro? chi ci assicura che ognuno di noi non stia associando alla parola ‘ombrello’ rappresentazioni mentali differenti tra loro? insomma, come garantire la comunicazione inter-soggettiva?

La soluzione ce la fornisce il più famoso linguista contemporaneo, Noam Chomsky, che anche se non è un semanticista cognitivista delinea la soluzione che viene ancora oggi proposta dai cognitivisti che tentano di fornire una risposta a tale questione. Chomsky scrive nel suo Nuovi orizzonti nello studio del linguaggio e della mente (ed. italiana 2000, pp. 85-86):

Che cosa dobbiamo dire dell'”idea di una struttura definita chiaramente condivisa da tutti e che verrebbe acquisita e applicata ai vari casi particolari da coloro che fanno uso del linguaggio”? […] Si è spesso sostenuto che nozioni come quella di “linguaggio pubblico” comune o quella di “significati pubblici” sono indispensabili per spiegare la possibilità della comunicazione o quella di “un patrimonio comune di pensieri”, nel senso di Frege. In altre parole, se Pietro e Maria non hanno un linguaggio condiviso con significati condivisi e riferimento condiviso, come potrebbe Pietro comprendere quello che Maria dice? (E’ interessante che nessuno tragga conclusioni analoghe per quanto riguarda “la pronuncia pubblica”). […]

Il successo della comunicazione fra Pietro e Maria non implica l’esistenza di significati condivisi o di pronunce condivise in un linguaggio pubblico. […] Può darsi che quando ascolta Maria parlare Pietro proceda supponendo che Maria sia identica a lui, eccezion fatta per M, una lista di modificazioni che Pietro deve in qualche modo ricostruire. Qualche volta l’impresa è facile, qualche volta difficile, qualche volta impossibile. Per ricostruire M Pietro userà ogni mezzo disponibile, per quanto gran parte di tale processo risulti senza dubbio automatica e inconsapevole. […] Se riuscirà nell’esecuzione di questi compiti, comprenderà quanto Maria dice come equivalente a quanto lui stesso esprimerebbe con un’espressione analoga a quella usata da Maria.


Aggiungo altre due righe chiarificatrici a quanto già detto:

le semantiche di tipo cognitivo (insomma quelle teorie che cercano di fornire una descrizione del significato linguistico facendo appello a ciò che accade nella nostra mente) sono solite rispondere alle critiche antipsicologiste di Frege dicendo che noi possiamo tranquillamente descrivere i significati come rappresentazioni mentali soggettive. Il problema di Frege era: come possiamo essere sicuri che ognuno di noi associa la stessa rappresentazione mentale alla medesima parola? e se non possiamo essere sicuri di questo, come possiamo sapere che quando usiamo quella parola ci stiamo effettivamente capendo?

La risposta appunto consiste nel far notare che le strutture cognitive che vengono coinvolte durante i processi di comprensione e di produzione linguistica sono strutture simili tra i vari parlanti. Noi esseri umani condividiamo, infatti, un’organizzazione della mente molto simile e questo potrebbe assicurarci che quando usiamo la parola ‘ombrello’ stiamo con buona approssimazione associando a questo termine le medesime strutture e rappresentazioni cerebrali.

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