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Posts Tagged ‘Jackendoff’

Vi segnalo questo interessante intervento di Ray Jackendoff sull’evoluzione del linguaggio.

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Il periodo estivo non mi ha permesso di tenere costantemente aggiornato il blog, ma vedo che le visite sono state costanti e quindi, per non deludere i lettori, ho deciso – anche a Ferragosto – di pubblicare qualcosa.

Si tratta di una recensione a un libro che ho letto qualche tempo fa e che mi era piaciuto molto, forse per gli argomenti e per gli autori in esso trattati.

Lo spunto che dà il via al testo è la nozione di contenuto proposizionale. Si definisce contenuto proposizionale la proposizione cui un atteggiamento proposizionale – ossia, una credenza, un desiderio, etc. – è relativo: ad esempio, se io credo che Chiara abbia dei bellissimi riccioli, si può dire che il contenuto del mio atteggiamento proposizionale di credenza sia dato dalla proposizione “Chiara ha dei bellissimi riccioli” che altro non è che la proposizione oggetto di credenza.

Ora, la filosofia contemporanea contempla due famiglie di risposte alla domanda su come si determina il contenuto proposizionale. Da un lato troviamo la posizione secondo la quale il contenuto è determinato in base a “criteri larghi”, ossia considerando come stanno le cose nella realtà, indipendentemente da quanto può credere il parlante. Dall’altro lato, invece, vi è la posizione secondo la quale il contenuto è definito con “criteri stretti”, tenendo conto dell’ambito delle credenze del soggetto e di come questo concepisce e conosce il mondo. Le due posizioni che si ottengono sono definite rispettivamente esternismo ed internismo: “L’esternismo sostiene che il contenuto dipende dal mondo nella sua caratterizzazione fisica e sociale; che esso, quindi, è determinato da fattori esterni alla mente. L’internismo sostiene invece che il contenuto dipende da fattori interni alla mente, quali le strutture mentali e le relazioni fra contenuti” (p. 43).

L’autrice si dedica così ad analizzare molte posizioni appartenenti alle due scuole di pensiero, mettendone in luce i pregi e i punti deboli.

La teoria che alla fine si rivela essere la migliore è la teoria internista del mio autore preferito: Ray Jackendoff. Questa teoria di stampo “internista rappresentazionalista” riesce, infatti, a tener conto non solo del livello interno del contenuto stretto, ma, a partire da un indagine mentale e cognitiva, contempla anche una dimensione sociale linguistica, che tradizionalmente viene associata al contenuto largo esternista. Ciò è possibile in quanto le rappresentazioni postulate da Jackendoff sono tali da permettere sia l’elaborazione di un contenuto stretto, sia quella di un contenuto largo.

Il pregio di questo libro sta nell’apertura alle scienze cognitive che supera un antico pregiudizio, spesso diffuso tra i filosofi analitici, nei confronti dei dati psicologici e cognitivi. Apertura testimoniata dalla convincente elezione della teoria di Jackendoff a teoria semantica più forte tra quelle oggi in circolazione.

Se volete leggere una mia recensione più ampia a questo libro, la potrete trovare a questo indirizzo.


Dellantonio Sara, “La dimensione interna del significato”, ETS, 2008.

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La recensione del libro di Arduini mi ha permesso di parlare del ruolo dei concetti all’interno della struttura della mente. Ciò che sembra emergere dalle teorie linguistiche di stampo cognitivo è che i concetti occupano una posizione intermedia, che consente da un lato la comprensione del linguaggio e, dall’altro lato, la comprensione del mondo. Vorrei dire ancora due parole su questo e lo vorrei fare considerando la posizione di un autore che Arduini non considera nel suo libro, ossia Ray Jackendoff.

Jackendoff è docente di linguistica presso la Tufts University di Boston nel Massachusets, è stato allievo di Chomsky in persona, ma negli ultimi decenni si è allontanato dalla teoria chomskiana per dedicarsi a studi in cui il livello semantico fosse tenuto in maggiore considerazione.

Jackendoff propone una teoria sulla semantica che chiama Semantica Concettuale (e già dal nome potete immaginare il ruolo centrale che viene affidato ai concetti nella spiegazione del significato linguistico).

I concetti servono innanzitutto per distinguere le nostre esperienze, dividendole in categorie: ad esempio, se vedo qualcosa che corre in giardino, posso riconoscere che quel qualcosa è un cane grazie al fatto che nella mia mente è presente il concetto CANE. Gli input che mi vengono dalla percezione vengono, infatti, trasmessi a un piano concettuale, dove avviene il riconoscimento di ciò che si sta percependo. In questo senso, i concetti ci permettono quindi di riconoscere gli oggetti del mondo.

Al tempo stesso però se qualcuno mi dice “un cane corre nel tuo giardino”, io riesco a comprendere ciò che mi è stato detto grazie al fatto che nella mia mente sono presenti concetti come quello di CANE. Infatti, la parola ‘cane’ viene elaborata linguisticamente e viene associata al concetto CANE, il quale permette la comprensione dell’enunciato.

Ecco che allora, secondo Jackendoff, i concetti (e quindi quello che lui definisce la Struttura Concettuale, ovvero il livello mentale in cui sono registrati e contenuti tutti i concetti) si trovano a svolgere un doppio ruolo, collegandosi da una parte alla percezione – e permettendo così la comprensione del mondo – e dall’altra parte alla facoltà di linguaggio – permettendo la comprensione del linguaggio naturale.

Questo è uno schema di come allora la nostra mente può essere strutturata secondo Jackendoff:


Come potete vedere, il livello della cognizione (la Struttura Concettuale, dove sono presenti i concetti) sta a metà tra il linguaggio e la percezione.


Un buon libro che vi consiglierei di Jackendoff è Foundations of Language, pubblicato nel 2002 dalla Oxford University Press.

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