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Ieri è uscito sulla rivista online Rivista Italiana di Filosofia del Linguaggio un mio articolo relativo alla negazione e alle teorie simulative della comprensione linguistica. Si tratta del quinto numero della rivista, numero dedicato al tema “Azione, percezione e linguaggio”, curato da Claudia Scorolli.

Con questo articolo ho cercato di presentare una teoria sulla comprensione del linguaggio umano che mi ha affascinato  molto in questi ultimi mesi, ossia laSimulative theory(teoria simulativa).

Secondo questa teoria, comprendere un’espressione linguistica comporta il ri-vivere (non necessariamente conscio) di precendenti esperienze, attivando strutture cerebrali dedicate alla percezione e all’azione.

Ad esempio, la comprensione di un enunciato come “c’è un cane nel mio giardino” comporterà l’attivazione nella mente dell’ascoltatore di un’esperienza di un cane e di un giardino (senza che l’ascoltatore necessariamente si formi un’immagine mentale della situazione descritta). Semplicemente si riattiveranno aree del cervello normalmente adibite alla percezione/rappresentazione di cani e di giardini.

In questo senso si parla di teoria simulativa: poiché comprendere sembra proprio avere molto a che fare con il simulare esperienze.

Nello specifico poi l’articolo si occupa di alcuni casi molto particolari, ovvero degli enunciati contenenti una negazione e cerca di illustrare quale potrebbe essere il funzionamento simulativo che permette la comprensione di quelli, oppure (apre la questione) se il cervello non contenga/codifichi anche rappresentazioni astratte che ci permettono di comprendere le frasi negative.

Per leggere l’articolo e scaricare il file .pdf andare a questa pagina.

Potete trovare altri post sulla teoria simulativa qui e qui.

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Nel post precedente ci eravamo fermati alla distinzione tra realismo e nominalismo. Cerchiamo di vedere ora più nel dettaglio come si articolarono nel Medioevo queste due posizioni. (Nel prossimo post vedremo finalmente in che cosa sta l’attualità di questa disputa)

Entrambe possono essere innanzitutto divise in una loro versione “estrema” e in una “moderata”. Si avrà allora un realismo estremo e un realismo moderato, un nominalismo estremo e un nominalismo moderato. A queste quattro posizioni va poi aggiunta una quinta, che sta a metà tra realismo e nominalismo: si tratta del cosiddetto concettualismo difeso da Pietro Abelardo.

Ma consideriamole singolarmente:

a) REALISMO ESTREMO: è la tesi per cui gli universali sono enti reali, che esistono separati dagli oggetti del mondo di cui sono modelli immutabili (in termini “tecnici” si dice che esistono ante-rem). Si tratta quindi della concezione di matrice platonica e anche agostiniana (Sant’Agostino, infatti, riformulò la dottrina delle idee di Platone in termini creazionistici: le Idee altro non sono che i Pensieri di Dio, grazie ai quali Dio ha creato e plasmato il mondo);

b) NOMINALISMO ESTREMO: è la tesi secondo cui gli universali sono solo dei nomi (delle voces) e nulla più; non hanno quindi alcuna valenza ontologica;

c) REALISMO MODERATO: è la tesi sostenuta da San Tommaso d’Aquino [1225-1274], secondo il quale gli universali sono sia (i) ante rem, ossia sono idee nella mente di Dio, sia (ii) in re, ossia nelle cose, come loro forma (in senso aristotelico), e infine anche (iii) post rem, ossia concetti nella mente, ottenuti tramite astrazione dall’esperienza;

d) NOMINALISMO MODERATO: è la tesi difesa da Guglielmo d’Ockham [1288-1349], secondo cui gli universali non esistono nelle cose, ma soltanto nella mente umana (in intellectu), come segni che stanno per individui simili;

e) CONCETTUALISMO: è la tesi di Abelardo [1079-1142], il quale negava che gli universali fossero solo res o voces, ma sosteneva che fossero dei sermones: ossia, dei concetti che si riferiscono a gruppi di individui. Per Abelardo questa capacità di riferirsi a gruppi di individui richiede però che tra gli individui vi sia un qualcosa in comune, che li rende una classe: quello che il filosofo chiama status communis.

Eccoci quindi giunti alla questione da cui siamo partiti: alcune di queste soluzioni classiche hanno ancora oggi valore? e se la risposta fosse sì, con quali modifiche e sotto quale forma sono proposte oggigiorno? Al prossimo post il compito di discutere queste domande.

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La disputa sugli universali (o “problema degli universali”) è uno dei temi che ha fatto consumare tempo, fatica e inchiostro ai grandi filosofi medievali a partire dal XII secolo in poi.

In questo post e nei prossimi due intendo domandarmi quanto e sotto quali aspetti tale disputa possa essere ancora considerata attuale (mi interessano soprattutto gli aspetti inerenti alla cognizione umana e alla semantica).

In particolare, vorrei cercare di mostrare come alcune soluzioni classiche possano essere ancora oggi accettate (alla luce delle conoscenze contemporanee sui concetti e sui processi mentali relativi alla comprensione). Questo primo post cercherà di fornire una breve presentazione storica del problema. Lascerò invece ai prossimi post il compito di approfondire tale tematica e di mostrare sotto quali aspetti questa discussione sia ancora “attuale”.

La disputa sugli universali storicamente ha avuto origine da un passo dell’Isagoge di Porfirio. In questo passo è contenuta la prima esposizione della questione e sono elencate alcune soluzioni possibili. Porfirio scrive così:

“Intorno ai generi e alle specie non dirò qui se essi sussistano oppure siano posti soltanto nell’intelletto; né, nel caso che sussistano, se siano corporei o incorporei, se separati dalle cose sensibili o situati nelle cose stesse ed esprimenti i loro caratteri comuni” (Porfirio, Isagoge, 1)

Cerchiamo innanzitutto di chiarire in che cosa consista questo “problema degli universali”. Facciamo un esempio:

durante la nostra vita potremo incontrare molti cavalli. Con maggiore precisione, diciamo che potremo incontrare molti cavalli individuali (esemplari di cavallo), ossia molti singoli cavalli. Eppure di tutti questi diremo che sono “un cavallo”: in altre parole, useremo per tutti loro lo stesso termine “cavallo“, che avrà perciò una valenza universale.

Ora, che cos’è questo termine che può essere detto (o, più tecnicamente, “predicato”) di più realtà allo stesso tempo? E’ forse solo una parola? oppure è un concetto che abbiamo nella nostra mente e che “sta per” una categoria di enti/oggetti del mondo? oppure, ancora, è forse qualcosa che esiste al di fuori di noi? (Sono domande come queste che tennero viva per secoli la disputa sugli universali)

Secondo Platone, grande filosofo vissuto ad Atene attorno tra il V e il IV secolo a.C. e quindi molto anteriore alla disputa, tutte le realtà del mondo sono create a imitazione di modelli ideali e perfetti, che esistono astrattamente in un “mondo al di là del cielo”, ossia nell’Iperuranio. Qui esisterà, ad esempio, il modello (che Platone chiama Idea) di cavallo, ma anche quello di albero, quello di pietra, ecc. Perciò i singoli cavalli, alberi e pietre che vediamo sulla Terra non sono altro che imitazioni concrete di quei modelli perfetti.

Platone influenzò una delle principali posizioni assunte dai filosofi della disputa sugli universali: il cosiddetto REALISMO. Secondo il realismo, infatti, gli universali sarebbero realtà che esistono indipendentemente dall’uomo e dalla sua mente. Insomma, esistono al di fuori di noi: sono reali. Ma dove esistono e come? Beh, questo dipende dalle risposte dei singoli filosofi e su queste risposte torneremo tra breve.

Limitiamoci per ora a dire che la posizione diametralmente opposta al realismo è quella del NOMINALISMO. Il nominalismo, infatti, rifiuta che gli universali possano essere delle realtà che esistono indipendentemente dalla mente umana.

Vista la lunghezza del presente post, preferisco lasciare al prossimo il compito di elencare le varie posizioni in cui si articolano realismo e nominalismo. Nel terzo e ultimo post parleremo invece dell’attualità della disputa.

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cervello homerNegli ultimi anni è emerso all’interno della scienza cognitiva (ossia, la scienza che si occupa dei processi cognitivi umani) una nuova prospettiva teorica, che ha sottolineato come i nostri processi cognitivi dipendano dall’interazione tra la mente e il nostro corpo: si tratta della cosiddetta Embodied Cognition (Cognizione Incarnata).

Una delle tesi sostenute dalla Embodied Cognition è quella che potremmo definire “teoria simulativa della comprensione linguistica”, secondo la quale noi comprendiamo le espressioni del linguaggio naturale grazie alla riattivazione di aree cerebrali dedicate principalmente alla percezione, ai movimenti e alle emozioni.

Per fare un esempio, quando sentiamo la parola ‘tavolo’ noi la capiamo – ossia ne comprendiamo il significato – riattivando le aree del cervello che riguardano l’esperienza percettiva di un tavolo.

Questo ha fatto supporre che comprendere il significato di una qualsiasi espressione del linguaggio sia una sorta di simulazione delle esperienze percettive, motorie ed emotive che abbiamo avuto in passato. Cogliamo quindi il significato di un termine linguistico simulando l’esperienza degli oggetti o degli eventi cui tali termini si riferiscono.

Altro esempio: comprendiamo ‘correre’ riattivando le aree del cervello relative alle esperienze di movimento tipiche della corsa.

Questa “teoria simulativa” ha il vantaggio di essere stata ampiamente supportata da evidenze sperimentali, delle quali però vi parlerò in un prossimo post.

(sulla Embodied Cognition potete leggere anche questo post più recente oppure quest’altro sugli esperimenti)

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In un post precedente vi avevo parlato di come dovrebbe essere strutturata la mente di noi uomini. Ciò che permette di porre in relazione il linguaggio con le esperienze che facciamo è appunto il livello dei concetti. E’ grazie a questi che possiamo ragionare, fare progetti, comprendere parole e frasi, ecc.

E per quanto riguarda gli animali?

Un’ipotesi oggi accreditata è quella per cui anche gli animali possiederebbero come noi un livello mentale dei concetti, grazie al quale sono in grado di svolgere compiti cognitivi più o meno complessi. Differente è invece la situazione per quanto riguarda il linguaggio.

Ma rimaniamo sul livello concettuale. Vi è mai capitato di sentire qualcuno sostenere che un animale non è dotato di ragione, che non può fare progetti, né prevedere gli effetti delle sue azioni, ma che segue esclusivamente il proprio istinto?

Vi invito a guardare questo video. Vi compare un uccello che “pesca”. Pesca nel senso che è in grado di utilizzare un mezzo (del pane) per ottenere uno scopo. Non è una forma di riflessione questa?

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