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1120-9550Negli ultimi anni Anna Maria Borghi e Felice Cimatti hanno proposto un’estensione alle teorie embodied della comprensione linguistica, al fine di tener conto anche degli aspetti normativi e sociali del linguaggio (cosa che le teorie embodied classiche non fanno: potete trovare altri post su questo argomento qui).

Tale proposta si è concentrata con particolare attenzione sulla spiegazione delle parole astratte, rifiutando l’esistenza di simboli amodali nella nostra mente e difendendo invece una posizione totalmente embodied.

In un mio recente articolo, pubblicato su Sistemi Intelligenti (lo potete consultare integralmente qui), ho cercato di ricostruire l’argomentazione di questi due autori, attraverso un’analisi delle loro pubblicazioni principali. Di questa loro teoria ho cercato di mettere in luce i punti di forza, ma anche i passaggi caratterizzati da criticità. Nello specifico, ho cercato di mostrare come sia a mio parere possibile difendere la presenza e il ruolo delle rappresentazioni modali nei processi di comprensione del linguaggio – ritenendo che sia un errore confondere la distinzione tra rappresentazioni modali e amodali con la distinzione tra parole concrete e astratte.

Vi riporto qui di seguito la parte introduttiva dell’articolo:

Secondo le più recenti teorie della cognizione incarnata (o embodied cognition) la comprensione di un’espressione linguistica richiederebbe la riattivazione delle aree sensomotorie del nostro cervello. È stato, infatti, osservato che quando sentiamo parlare di un oggetto si riattivano le stesse aree cerebrali coinvolte nella percezione di tale oggetto, e che quando sentiamo parlare di un’azione si riattivano le aree attive durante lo svolgimento di tale azione o durante il riconoscimento della medesima azione compiuta da altri individui. Declinando queste osservazioni su un piano cognitivo, è possibile affermare che la comprensione linguistica sia una forma di simulazione degli stati percettivi e motori intercorsi durante l’esperienza diretta di un oggetto o di un’azione. Si parla a tal proposito di teoria simulativa della comprensione linguistica – da qui in poi TSCL (si vedano a riguardo Barsalou 1999, Simmons e Barsalou 2003, Gallese e Lakoff 2005, Prinz 2005, Bergen 2007, Kemmerer 2010, Paternoster 2010).

Tale teoria può risultare molto convincente se viene applicata a categorie di oggetti concreti come lo sono le chitarre, i cani e i tavoli, o ad azioni come camminare, mangiare e correre. Per esempio, si può sostenere che la comprensione della parola ‘chitarra’ comporti la riattivazione delle aree cerebrali normalmente attive quando percepiamo visivamente una chitarra o quando percepiamo uditivamente il suono emesso dalle sue corde o quando, ancora, agiamo su di essa per suonarla; detto altrimenti, comprendiamo la parola ‘chitarra’ grazie al fatto che il nostro cervello simula le esperienze percettive/motorie che abbiamo finora avuto delle chitarre.

La teoria simulativa, tuttavia, può suscitare qualche dubbio nel momento in cui si cerca di estenderla e di applicarla alla comprensione delle cosiddette parole astratte – parole come ‘dogma’, ‘giustizia’, ‘falsità’, ‘onnipotenza’, ‘funzione’, ‘conseguentemente’, ‘emancipare’ – le quali non corrispondono evidentemente a oggetti concreti percepibili. Ebbene, la questione di come descrivere le parole astratte in termini di simulazione di esperienze percettive e/o motorie costituisce a oggi uno dei principali problemi cui le teorie embodied cercano di trovare una risposta (cfr. Barsalou 2010, Borghi e Pecher 2011, Kiefer e Pulvermüller 2012).

Con l’intento di delineare una soluzione a tale problema, alcuni esponenti della TSCL hanno sostenuto che per rendere conto dei contenuti semantici delle parole astratte non sia possibile fare affidamento unicamente a rappresentazioni fondate sul sistema sensomotorio (ossia a rappresentazioni modali), ma sarebbe invece opportuno postulare la presenza anche di rappresentazioni amodali, suggerendo perciò una versione “moderata” della TSCL – versione che ammette dunque un duplice formato, sia modale che amodale, di rappresentazione cognitiva (cfr. per esempio Paternoster 2010, Faschilli 2014, Dove 2011).

La maggior parte dei sostenitori della TSCL, tuttavia, ha optato per una versione puramente embodied della teoria, affermando che il contenuto di una qualsiasi espressione linguistica debba essere descritto esclusivamente in termini di rappresentazioni modali – e impegnandosi al tempo stesso a formulare soluzioni ad hoc per affrontare il problema delle parole astratte (per una rassegna di tali soluzioni si veda Faschilli 2014, 203; ma anche Liuzza, Cimatti, Borghi 2010, 25; oppure Borghi e Cimatti 2009, 2306; Liuzza, Borghi, Cimatti 2012, 49).

La teoria che Anna Maria Borghi e Felice Cimatti hanno avanzato in alcuni loro recenti lavori rientra a pieno titolo in questa ultima soluzione citata. Con la loro proposta, infatti, gli Autori hanno cercato di fornire una risposta puramente “incarnata” al problema delle parole astratte, rifiutando di dover postulare l’esistenza di “simboli amodali” che ne determinino il contenuto semantico. Nello specifico, hanno proposto un’estensione della teoria embodied della comprensione linguistica, secondo la quale la comprensione si fonderebbe sia su processi sensomotori che sull’esperienza sociale – dove però quest’ultima deve essere a sua volta concepita come un’esperienza embodied (ovvero costituita da rappresentazioni mentali modali). Nessuno spazio è stato dunque concesso a rappresentazioni non modali.

 

L’intento del presente articolo è quello di ricostruire, analizzare e discutere l’interessante proposta avanzata da Borghi e Cimatti. Il secondo paragrafo sarà appunto dedicato a esporre la soluzione ideata dagli Autori al problema delle parole astratte. Consapevole che in ogni tentativo di ricostruzione del pensiero altrui ci si espone al rischio di fraintendere le affermazioni originarie, cercherò di limitare tale rischio servendomi di frequenti riferimenti ai loro scritti. Ritengo inoltre che così facendo l’esposizione potrà essere il più possibile completa e analitica.

Il terzo paragrafo sarà invece dedicato alla discussione della teoria. Innanzitutto mi soffermerò sulle conferme sperimentali ricevute e quindi passerò a considerare i suoi principali pregi, sottolineando il contributo che essa può fornire alla ricerca sulla comprensione linguistica. Successivamente mi concentrerò, tuttavia, su quelli che ritengo essere alcuni suoi elementi di criticità: questi mi porteranno a sostenere che vi può essere ancora spazio per una teoria più “moderata” rispetto a quella di Borghi e Cimatti, ossia che si possa ammettere la presenza anche di rappresentazioni amodali, oltre alle rappresentazioni modali, nei processi di comprensione delle parole – e questo a prescindere che si tratti di parole astratte o concrete.

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raifHo letto di recente un post sulla pagina facebook di “Rai Filosofia“, in cui ci si domandava come fosse possibile che ciò che è oggetto della nostra immaginazione possa essere al contempo qualcosa di privato (in quanto interno alla nostra mente) e qualcosa di pubblico (ad esempio, se più persone immaginano che domani pioverà, non stanno forse immaginando una situazione identica – e quindi non soggettiva, ma pubblica?). Vi riporto qui di seguito l’immagine del post in questione:

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Ora, il motivo per cui parlo di tutto ciò è che anche nella filosofia del linguaggio è sorta ed è stata discussa una questione simile. Anzi, forse è proprio una delle primissime questioni su cui gli autori di tale disciplina si sono interrogati.

Il problema – declinato appunto nell’ambito del linguaggio naturale – riguarda il significato delle parole. In particolare, ci si è domandato se il significato lessicale coincida con una rappresentazione mentale; perché se così fosse, si dovrebbe allora spiegare in che modo due parlanti di una stessa lingua possano essere sicuri di attribuire lo stesso significato alla medesima parola.

Ad esempio, ammettiamo che il significato della parola ‘ombrello’ sia dato da una rappresentazione presente nella mente di chi proferisce tale parola. Carlo associa a questa parola l’immagine mentale di un ombrello giallo. Franco invece vi associa l’immagine di un piccolo ombrello nero. Possiamo quindi dire che Carlo e Franco si comprendano effettivamente a vicenda quando utilizzano la parola ‘ombrello’ in una frase?

Per ovviare a questo problema, il primo filosofo (moderno) del linguaggio – Gottlob Frege – decise di negare fermamente la possibilità che il significato corrispondesse a rappresentazioni mentali soggettive. Fece questo proprio per garantire l’inter-soggettività del linguaggio. I significati, secondo lui, sarebbero quindi qualcosa di oggettivo, di comune ai parlanti, e non dipenderebbero dal modo in cui i parlanti si fanno rappresentazioni nella mente. (si veda questo vecchio post su Frege)

Al giorno d’oggi però diversi ricercatori hanno ritenuto che tale avversione nei confronti delle spiegazioni psicologiste quando si parla di significato linguistico – il cosiddetto antipsicologismo, a cui proprio Frege diede vita agli inizi del ‘900 – sia da rigettare, poiché i significati sono rappresentazioni mentali. A sostenere ciò sono stati, a partire dagli anni ’70, gli autori di quella disciplina a cavallo di filosofia, psicologia e linguistica che è la “semantica cognitiva”.

Ma come risponde la semantica cognitiva al problema della comunicabilità? Se i significati sono rappresentazioni mentali – e quindi private – come rendere conto dell’intersoggettività dei significati?

Lascio alla seconda parte del post la risposta…

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Oggi vi segnalo un video molto interessante. Si tratta di una conferenza (divisa in 5 file su youtube) del prof. Lawrence Barsalou, Professor of Psychology alla Emory University.

Barsalou è diventato molto noto anche in linguistica e filosofia del linguaggio per le sue ricerche sulla embodied cognition e per la sua teoria simulativista della comprensione del linguaggio.

La conferenza ha come titolo “Language and Simulation in Representation of Abstract Concepts” ed è stata tenuta nell’ottobre del 2010 presso il Moss Rehabilitation Research Institute – Elkins Park, Pennsylvania

Qui trovate gli altri video: 2/5, 3/5, 4/5, 5/5.

 

 

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glInizio questo secondo post sulle sfumature di significato recuperando la tesi proposta da Evans in alcuni suoi articoli (ad esempio nell’articolo del 2006, Lexical Concepts, Cognitive Models and Meaning-Construction) che già avevo citato nel post precedente: il significato di una parola non è qualcosa che è fissato una volta per tutte, non è qualcosa di stabile e di stabilito; al contrario il significato di una parola è selezionato di volta in volta tra le informazioni di enciclopedia, a seconda del contesto in cui la parola è inserita.

L’idea è quindi che associati a ogni parola vi siano non un significato unico, bensì una gamma di significati (a range of meanings) tra i quali viene di volta in volta selezionata un’interpretazione appropriata, a fronte di quello che è il contesto (linguistico e non-linguistico).

Non è quindi l’enunciato che trae il suo significato dalla composizione dei significati delle parole che lo compongono, ma – al contrario – sono i significati delle parole che vengono determinati a seconda dell’enunciato in cui si trovano. Infatti il loro significato è stabilito in base alle parole con cui si uniscono, ossia al contesto linguistico:

meaning-construction appears to proceed by virtue of the ‘meaning’ associated with a given word being ‘calculated’ once the meaning of the entire utterance has been established. That is, individual word ‘meaning’ is determined by utterance meaning rather the other way roung. From this perspective, meaning-construction involves first determining the meaning of the whole before the contribution of the parts can be established. (Evans 2006)

Noto poi con piacere che Evans cita a sostegno della sua tesi un altro autore da me molto apprezzato e che in passato ho studiato con grande interesse: James Pustejovsky. Pustejovsky ha scritto nel 1995 un libro molto bello, pubblicato presso MIT Press, con il titolo The Generative Lexicon.

PustejovskyIn questo libro Pustejovsky esponeva molti esempi di comportamento polisemico delle parole (creative use of words in context): ossia, casi di parole che poste in diversi contesti linguistici possono assumere differenti sfumature di significato.

Questo è il caso, ad esempio, della parola ‘finire’, la quale assume differenti significati a seconda di ciò che la segue. Se proferisco l’enunciato “Chiara ha finito il libro” e in seguito l’enunciato “Chiara ha finito la birra”, la parola ‘finito’ assume due diverse sfumature semantiche: nel primo caso ciò che comprendiamo è che Chiara ha finito di leggere il libro, mentre nel secondo caso che ha finito di bere la birra.

Molti altri sono gli esempi che fa Pustejovsky e alcuni di questi li recupera lo stesso Evans, a confermare la sua tesi sulla non-determinatezza del significato lessicale. Pensiamo, ad esempio, all’espressione “un libro voluminoso” o all’espressione “un libro divertente”: nel primo caso la parola ‘libro’ sta a indicare un aspetto materiale, mentre nel secondo caso si focalizza su un aspetto astratto (ossia sul contenuto che è scritto).


In conclusione, a mo’ di bibliografia, indico il libro che ho citato e rimando anche al testo della presentazione che avevo tenuto al XVII Congresso della Società di Filosofia del Linguaggio nel 2010, in cui presentavo una rivisitazione della teoria di Pustejovsky come mezzo di spiegazione del fenomeno del Meaning Transfer (scarica qui il pdf).

– Pustejovsky J., The Generative Lexicon, MIT Press, Cambridge (MA) (link su Amazon).

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Spero che mi perdonerete per il titolo un po’ “ruffiano”, ma trovavo simpatica l’idea di usare questa ormai sdoganata dicitura per un post che in realtà tratta di filosofia del linguaggio…

Cerco di arrivare subito al dunque: la questione di cui vorrei parlarvi oggi è la classica distinzione che si è soliti fare in semantica lessicale tra informazioni da dizionario e informazioni da enciclopedia quando si chiede quali informazioni rientrino nel significato di una parola e quali invece ne restino escluse.

Vi è una tradizione di autori che sostengono che il significato di una parola (il significato lessicale) sia costituito esclusivamente da informazioni da dizionario – per intenderci, sono quelle informazioni che troviamo scritte appunto nei dizionari. Ad esempio, secondo questi autori, il significato della parola ‘cane’ sarà dato da una serie di informazioni molto ristrette ed essenziali (il cane è un animale, mammifero, domestico, dal muso allungato, il cui suono tipico è l’abbaiare).

Di certo non farà parte del significato di tale parola il fatto che i cani di norma non sopportano i gatti, che se sono felici scodinzolano, che se invece sono impauriti nascondono la coda tra le zampe posteriori, oppure che se si innervosiscono possono mordermi, al contrario di altri animali che reagiscono graffiandomi.

Tutte queste ultime informazioni non faranno parte del significato della parola ‘cane’, in quanto saranno piuttosto conoscenze “da enciclopedia”, ossia conoscenze accessorie.

Personalmente questa separazione tra dizionario ed enciclopedia non mi ha mai trovato molto d’accordo. Perlomeno non sono mai stato convinto che sia possibile ridurre la conoscenza del significato di una parola a un ristretto gruppo di informazioni. E’ vero che le cosiddette informazioni da dizionario plausibilmente sono quelle condivise dalla maggior parte dei parlanti di una data lingua. Eppure non mi sentirei di sostenere che il significato sia riducibile a queste.

Di recente ho poi letto alcuni articoli molto interessanti scritti da Vyvyan Evans, Professor of Linguistics presso la Bangor University, il quale ricorda come le teorie di semantica lessicale che appartengono alla tradizione di studio cognitivista, tendono invece a collegare il significato delle parole con tutte le informazioni che associamo nella nostra mente al loro referente: “meaning representation is encyclopaedic” scrive Evans in un suo testo.

Ma Evans fa anche un passo in più e nota anche che il significato di una parola non può essere ridotto a qualcosa di stabilito e fissato una volta per tutte. Si dovrebbe, infatti, dire che il significato di una parola è selezionato di volta in volta tra le informazioni di enciclopedia, a seconda del contesto in cui la parola è inserita.

A breve la seconda parte del post…

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Ieri è uscito sulla rivista online Rivista Italiana di Filosofia del Linguaggio un mio articolo relativo alla negazione e alle teorie simulative della comprensione linguistica. Si tratta del quinto numero della rivista, numero dedicato al tema “Azione, percezione e linguaggio”, curato da Claudia Scorolli.

Con questo articolo ho cercato di presentare una teoria sulla comprensione del linguaggio umano che mi ha affascinato  molto in questi ultimi mesi, ossia laSimulative theory(teoria simulativa).

Secondo questa teoria, comprendere un’espressione linguistica comporta il ri-vivere (non necessariamente conscio) di precendenti esperienze, attivando strutture cerebrali dedicate alla percezione e all’azione.

Ad esempio, la comprensione di un enunciato come “c’è un cane nel mio giardino” comporterà l’attivazione nella mente dell’ascoltatore di un’esperienza di un cane e di un giardino (senza che l’ascoltatore necessariamente si formi un’immagine mentale della situazione descritta). Semplicemente si riattiveranno aree del cervello normalmente adibite alla percezione/rappresentazione di cani e di giardini.

In questo senso si parla di teoria simulativa: poiché comprendere sembra proprio avere molto a che fare con il simulare esperienze.

Nello specifico poi l’articolo si occupa di alcuni casi molto particolari, ovvero degli enunciati contenenti una negazione e cerca di illustrare quale potrebbe essere il funzionamento simulativo che permette la comprensione di quelli, oppure (apre la questione) se il cervello non contenga/codifichi anche rappresentazioni astratte che ci permettono di comprendere le frasi negative.

Per leggere l’articolo e scaricare il file .pdf andare a questa pagina.

Potete trovare altri post sulla teoria simulativa qui e qui.

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Oggi vi parlerò di qualcosa di apparentemente meno serio, ma vedrete che la cosa potrà avere comunque il suo interesse filosofico.

Mi è capitato di vedere prima di cena il programma di Rai 1 Reazione a catena. In particolare mi è interessato il gioco finale, in cui i giocatori si trovano di fronte a una lista di parole prese a coppie e devono indovinare una terza parola nascosta che sta in mezzo alle due, la quale è in qualche modo legata alle altre da un punto di vista semantico.

Faccio un esempio: i giocatori devono indovinare quale parola sta tra le parole “agente” e “professionale”:

AGENTE

???

PROFESSIONALE

La soluzione in questo caso è “segreto”: c’è, infatti, l’agente segreto e il segreto professionale.

Il gioco mi ha ricordato una teoria sull’organizzazione del lessico mentale che potrebbe spiegare bene quali sono i meccanismi cognitivi che permettono ai concorrenti di fornire le soluzioni. Si tratta della teoria delle reti semantiche, elaborata a metà anni ’70 da due ricercatori – Allan Collin ed Elizabeth Loftus – secondo la quale i significati delle parole sarebbero rappresentati nella nostra mente come se fossero all’interno di una rete di collegamenti. Ogni parola costituirebbe un nodo di questa rete e sarebbe collegata ad altre parole (nodi). Un esempio ridotto di rete semantica potrebbe essere il seguente:


Come potete notare, più due parole sono comunemente correlate, più sono rappresentate vicine nella rete. L’idea di chi propone questa teoria della rete semantica è che quando sentiamo/leggiamo una parola si attiva il nodo corrispondente nella rete e, come conseguenza, anche i nodi che si trovano vicini a quello ricevono una qualche attivazione. Questo spiega perché se qualcuno vi parla di “tramonto” sarà più facile che voi pensiate anche a termini come “alba” o “nuvole” piuttosto che a parole come “veicolo” o “strada”.

Allo stesso modo allora si può dare una spiegazione di come i concorrenti di Reazione a catena  riescano a trovare la parola soluzione: sentendo “agente” e “professionale” si attivano questi due nodi nella rete semantica che si trova nella loro mente. Questi nodi diffondono poi l’attivazione ai nodi a essi vicini. Quindi vengono selezionate le parole che hanno ricevuto attivazione da entrambe le fonti ed ecco che si possono ottenere risultati come “segreto”.

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