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Posts Tagged ‘storia della filosofia’

nietzscheIeri parlavo di filosofia del linguaggio con un amico. “Non hai altro di meglio di cui parlare con gli amici?” chiederete voi. Accetto l’osservazione, ma ve lo racconto comunque perché vorrei condividere una mia riflessione.

Il mio amico mi chiedeva in che cosa consistesse tale disciplina e io ho cercato di fornirgli una panoramica il più possibile esaustiva e chiara. Lo sforzo di formulare una risposta mi ha, tuttavia, spinto a fare una considerazione. Mi sono, infatti, reso conto che la mia prima reazione è stata quella di cominciare a parlargli dei primi filosofi del linguaggio, citando Frege, Wittgenstein, Russell e cercando di spiegargli come le loro idee si sono evolute nel corso del ‘900, lasciando via via il posto a teorie molto differenti tra loro, sino alle più recenti teorie cognitiviste.

Insomma, ciò che ho fatto – nel mio piccolo – è stato fargli un brevissimo e stringatissimo corso di filosofia del linguaggio, traendo ispirazione dalle lezioni seguite a suo tempo in università.

La mia riflessione in tutto ciò è stata la seguente. Prendiamo un qualsiasi manuale di filosofia del linguaggio, di quelli che usano i docenti universitari che insegnano la disciplina. Ci si rende subito conto che anch’essi subiscono la solita tendenza italiana allo storicismo: ovvero, presentano cronologicamente le diverse teorie che nel corso del ‘900 si sono succedute e, nella maggior parte dei casi, lasciano minimo spazio alle ricerche più attuali.

Parlo di “solita tendenza italiana allo storicismo” perché effettivamente in Italia sin dalle scuole superiori siamo abituati ad affrontare la filosofia esclusivamente (o in enorme parte) da un punto di vista puramente storico. Come se fare filosofia coincidesse necessariamente con fare storia della filosofia.

Ora, tornando alla filosofia del linguaggio, immagino che un’obiezione a quanto sto scrivendo potrebbe essere: “Ma studiare la storia delle teorie sul linguaggio è utile per comprendere le diverse posizioni e per capire come si è evoluto il pensiero filosofico in questo ambito; inoltre permette di aver chiare molte delle risposte che sono già state date a questioni importanti.”

Non metto in dubbio che la conoscenza di ciò che è stato detto da altri autori in passato – e soprattutto da importanti autori – sia utile per formarsi un quadro generale dei problemi; tuttavia, mi domando, non sarebbe meglio un approccio differente, che si soffermi sin da subito sulle teorie più recenti, prendendole come punto di partenza per rispondere alle questioni sollevate in passato? Perché mi pare che molto spesso si dia un enorme peso a – e si perda fin troppo tempo su – teorie ormai divenute obsolete, ma che continuano a polarizzare l’attenzione per il solo fatto che sono state in voga per molti anni in passato.

Non sarebbe quindi meglio adottare un approccio che parta dai problemi, dalle questioni cui si deve fornire una risposta, per poi studiare le possibili soluzioni (sia quelle già tentate sia le nuove ipotesi), in modo da stimolare la ricerca da parte degli studenti e dei giovani ricercatori? E’ così importante sapere che “Frege ha detto questo”, “Russell pensava quello”, “Wittgenstein propone la tale teoria”? o sarebbe preferibile tralasciare la storicizzazione della filosofia del linguaggio per dedicarsi piuttosto al suo sviluppo, al suo progresso?

Forse però ciò che sto dicendo dipende dal modo in cui io – personalmente – interpreto la filosofia del linguaggio. Perché io la considero una disciplina di ricerca, che deve porre domande e deve indagare al fine di trovare soluzioni valide e in linea con la ricerca scientifica a noi contemporanea. E non la considero invece come una disciplina antiquaria, che si rivolge al passato.

Forse a volte farebbe bene rispolverare Nietzsche e la sua seconda Inattuale… Ma già vedo molti storcere il naso e dire che Nietzsche è “filosofia continentale”…

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E veniamo infine alla parte più speculativa e meno “storica”: l’attualità della disputa sugli universali.

E’ lecito ancora oggi parlare di universali? domandarsi che cosa sono e qual è il loro statuto ontologico? A mio parere sì; anche se vanno fatte alcune dovute precisazioni.

Guardate la sedia su cui siete seduti (se siete seduti su una sedia); e ora considerate la sedia nella sala d’aspetto di una stazione ferroviaria; oppure le sedie di un’aula universitaria: ognuna avrà una sua forma particolare, ognuna sarà un oggetto distinto. Eppure siamo portati a chiamarle tutte con lo stesso termine ‘sedia’. O meglio, siamo portati a riconoscerle tutte come appartenenti alla stessa categoria: la categoria delle sedie. Come è possibile ciò?

La risposta che la scienza cognitiva contemporanea dà a questo quesito chiama in causa i concetti presenti nella nostra mente. Volendo collegarci alla disputa medievale, potremmo dire quindi che essa si schiera a favore del CONCETTUALISMO (ovviamente con secoli di progressi in più nella ricerca sulla mente umana). Insomma, la tesi è che non esistono universali oggettivi, ma che noi esseri umani possediamo delle facoltà mentali che ci permettono di costruire concetti di classi di oggetti, estraendo dall’esperienza che facciamo relativamente a questi oggetti. Tali concetti sono costituiti in buona parte da aspetti percettivi e motori (vedi ad esempio il post sulla embodied cognition): ovvero, semplificando molto, per costruire il concetto di SEDIA il nostro cervello ha astratto alcuni aspetti percettivi, ma anche funzionali (la possibilità di sedervisi sopra) e ha costruito una sorta di “schema” che permette di riconoscere come sedie gli oggetti di quella categoria.

Ma possiamo dire che sono tutte qua le alternative possibili al giorno d’oggi? Sembrerebbe di sì: sembrerebbe che le posizioni come il REALISMO attualmente siano insostenibili.

Un amico mi ha fatto però notare una cosa: ponetevi dal punto di vista di un cristiano. In tal caso non ci sarebbe nessun problema ad ammettere l’esistenza di universali oggettivi e reali, concepiti ancora nei termini di “pensieri di Dio”. Per un cristiano, infatti, si pone ancora oggi la questione della creazione del mondo e, assieme a questa, la questione del progetto che Dio aveva creando il mondo.

Quindi si potrebbe argomentare sostenendo che a) Dio ha creato il mondo; b) per creare il mondo, Dio si è servito di un progetto ideale; c) il mondo è stato creato “a immagine” delle Idee di Dio; quindi: esistono gli universali all’esterno della mente umana, sotto forma di pensieri di Dio, ossia di forme pure, modelli delle cose (come il CAVALLO, l’ALBERO in sé, ecc.). Si tratta ovviamente di una posizione di tipo teologico-filosofica e richiede la credenza in un Essere creatore, che spesso non è contemplata dalla scienza, ma è comunque una forma di REALISMO sostenibile anche nel ventunesimo secolo.

Voi cosa ne pensate? Suggerimenti per l’attualizzazione delle altre posizioni?

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La disputa sugli universali (o “problema degli universali”) è uno dei temi che ha fatto consumare tempo, fatica e inchiostro ai grandi filosofi medievali a partire dal XII secolo in poi.

In questo post e nei prossimi due intendo domandarmi quanto e sotto quali aspetti tale disputa possa essere ancora considerata attuale (mi interessano soprattutto gli aspetti inerenti alla cognizione umana e alla semantica).

In particolare, vorrei cercare di mostrare come alcune soluzioni classiche possano essere ancora oggi accettate (alla luce delle conoscenze contemporanee sui concetti e sui processi mentali relativi alla comprensione). Questo primo post cercherà di fornire una breve presentazione storica del problema. Lascerò invece ai prossimi post il compito di approfondire tale tematica e di mostrare sotto quali aspetti questa discussione sia ancora “attuale”.

La disputa sugli universali storicamente ha avuto origine da un passo dell’Isagoge di Porfirio. In questo passo è contenuta la prima esposizione della questione e sono elencate alcune soluzioni possibili. Porfirio scrive così:

“Intorno ai generi e alle specie non dirò qui se essi sussistano oppure siano posti soltanto nell’intelletto; né, nel caso che sussistano, se siano corporei o incorporei, se separati dalle cose sensibili o situati nelle cose stesse ed esprimenti i loro caratteri comuni” (Porfirio, Isagoge, 1)

Cerchiamo innanzitutto di chiarire in che cosa consista questo “problema degli universali”. Facciamo un esempio:

durante la nostra vita potremo incontrare molti cavalli. Con maggiore precisione, diciamo che potremo incontrare molti cavalli individuali (esemplari di cavallo), ossia molti singoli cavalli. Eppure di tutti questi diremo che sono “un cavallo”: in altre parole, useremo per tutti loro lo stesso termine “cavallo“, che avrà perciò una valenza universale.

Ora, che cos’è questo termine che può essere detto (o, più tecnicamente, “predicato”) di più realtà allo stesso tempo? E’ forse solo una parola? oppure è un concetto che abbiamo nella nostra mente e che “sta per” una categoria di enti/oggetti del mondo? oppure, ancora, è forse qualcosa che esiste al di fuori di noi? (Sono domande come queste che tennero viva per secoli la disputa sugli universali)

Secondo Platone, grande filosofo vissuto ad Atene attorno tra il V e il IV secolo a.C. e quindi molto anteriore alla disputa, tutte le realtà del mondo sono create a imitazione di modelli ideali e perfetti, che esistono astrattamente in un “mondo al di là del cielo”, ossia nell’Iperuranio. Qui esisterà, ad esempio, il modello (che Platone chiama Idea) di cavallo, ma anche quello di albero, quello di pietra, ecc. Perciò i singoli cavalli, alberi e pietre che vediamo sulla Terra non sono altro che imitazioni concrete di quei modelli perfetti.

Platone influenzò una delle principali posizioni assunte dai filosofi della disputa sugli universali: il cosiddetto REALISMO. Secondo il realismo, infatti, gli universali sarebbero realtà che esistono indipendentemente dall’uomo e dalla sua mente. Insomma, esistono al di fuori di noi: sono reali. Ma dove esistono e come? Beh, questo dipende dalle risposte dei singoli filosofi e su queste risposte torneremo tra breve.

Limitiamoci per ora a dire che la posizione diametralmente opposta al realismo è quella del NOMINALISMO. Il nominalismo, infatti, rifiuta che gli universali possano essere delle realtà che esistono indipendentemente dalla mente umana.

Vista la lunghezza del presente post, preferisco lasciare al prossimo il compito di elencare le varie posizioni in cui si articolano realismo e nominalismo. Nel terzo e ultimo post parleremo invece dell’attualità della disputa.

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